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Di quando ero Bambina ricordo Vodka al Melone a Fiumi, Magliette degli Iron Maiden candeggiate e la Biografia di Courtney Love.

Posted in Uncategorized by sarah on dicembre 29, 2010

Ci ho messo circa un quarto d’ora prima di iniziare questo post. Mi sono incantata a fissare i fiocchi di neve che scendono in loop sulla QuickPress Page di WP in versione natalizia. E penso che continuerò per un altro quarto d’ora.

Ok. Che volevo dire? Non so se lo sapete, ma un po’ di tempo fa è uscito un libro sul carrozzone avetranese dal titolo “La bambina di Avetrana”, pubblicato da una casa editrice trevigiana. L’autrice è una giornalista che si vanta di aver seguito con perizia e dedizione il caso fin dai suoi inizi, solidamente appostata sul cadavere della biondina senza farsi sfuggire un dettaglio-uno. Avete presente le 157 volte in cui gli interrogati hanno sparato cazzate a caso sfoggiando la miglior faccia da culo che solo l’ignoranza profonda-intrinseca può generare? Ecco, lei c’era. E avete presente quando il caso è diventato un drammone a puntate – fra l’altro parecchio subdolo nei confronti della popolazione untra-settantacnquenne ormai disorientata a tal punto da attendere con struggente ansia la ressurrezione di Taylor Hayes e il conseguente compimento del sogno d’amore col passionale Ivano Russo? Anche lì, l’occhio vigile della reporter osservava e registrava. E anche la volta che il Dipartimento Speciale per le Indagini Speciali sulle Prove Speciali – Quelle che si Possono Fare Solo Una Volta e quindi Bisogna Stare Super-Attenti, anche la volta che gli esperti di quel dipartimento si sono messi il Camice Bianco Super-Speciale-Misto-Lino-KZ670N e hanno dato fuoco a 15 gatti randagi recitando l’Ave Maria al contrario, lì pure la giornalista stoicamente c’era.
E così, grazie a cotanta tenacia e grazie a tutti quei mesi di scarpinamento sul campo ha potuto dare alla luce un libro che sarebbe stata in grado di scrivere anche mia zia semplicemente facendo zapping.
No dai, non sono così ingenua, sono certa che l’autrice – tutt’altro che scema – sarà una perfida arrivista in chignon e occhialetto porno-intellettuale da anni ansiosa di affondare gli avanbracci in un tenero cadaverino fino a tirarne fuori banconote da 500 euro in quantità. E scommetto che il Natale lo ha festeggiato il Polinesia su uno yacht con due modelli superdotati ed ettolitri di lubrificante. O almeno lo spero.

Però io mica volevo parlare di questo. No, non mi interessava la retorica sulla retorica del magna-magna mediatico. Mi volevo invece concentrare sull’utilizzo della parola “bambina”.

Nel trattare l’omicidio-portata principale di tg e approfondimenti vari degli ultimi mesi si è usato fino allo sfinimento il termine “bambina”. L’hanno detto, ridetto, sottolineato, scandito, scritto in grassetto, in Gill Sans ultra bold, riproposto fino a logorarlo, fino ad autoconvincersi tutti di un’immagine femminile angelicata, riportata a un’età neutra, socialmente inconsapevole e quindi assolutamente incapace di cosucce base tipo comprendere e gestire sentimenti e pulsioni sue in primis e di altri nei suoi confronti. Non una vittima, ma “la vittima”, un fantoccio perfetto per mezzi di comunicazione sempre più abituati a proporre la cronaca come un racconto seriale a target popolare retto da valori e sentimenti universali – immediatamente comprensibili – intorno ai quali va a svilupparsi una trama il più possibile morbosa e intricata. Quindi il candore e l’ingenuità della bambina bionda contro l’invidia e la furbizia della ragazzotta brutta e scura…Cenerentola con omicidio al posto del mobbing.

Ed è in buona parte per questo che la storia vi ha coinvolto tanto. Smettetela di chinare il capo pieni di senso di colpa e vergogna ogni volta che uno stronzetto di sociologo-massmediologo-filosofo vi dice che godete di ‘sta roba perchè siete bassi, idioti e assuefatti, vi hanno proposto Cinderella ammazzata prima del ballo in torbida trama familiare con possibile incesto e omertà d’evocazione mafiosa! E’ una storia fighissima, un crogiolo di citazioni che vanno a destare trame sepolte in voi stessi come esseri umani innanzitutto, e poi come ex-bambini educati da ancor prima di averne memoria alla logica del contrasto, e infine come italiani portatori sani fin dalla nascita di un certo stereotipo di meriodionalità. E’ tutto un partire da grandi sentimenti universali per arrivare a piccole morbosità territoriali intrecciate in un groviglio apparentemente insolvibile. La vostra attrazione è normale, e perfino sana, il disinteresse è solo una posa. [Va specificato però che se ancora non vi siete rotti le palle di ‘sta storia, spiace, ma allora sì, siete dei rincoglioniti.]

Ma torniamo al punto. La bambina, la vittima perfetta candida-angelicata-senza coscienza. Tutta questa costruzione dell’immagine infantile asessuata, inconsapevole sarebbe perfetta se fossimo nel 1912. Però siamo nel 2010, e per forza di cose il personaggio creato dal racconto si accompagna a quello reale, di carne, testimoniato da foto e video. Ed è qui che lo scarto è secondo me spiazzante. In sottofondo a queste voci che parlano di una una creatura pre-pubere ancora senza parte nel mondo scorrono immagini di una bella ragazza, truccata, vestita in modo da stare bene ed essere piacevole alla vista, insomma una quindicenne, una quindicenne normale, socievole, a cui piace piacere, insicura volendo, non maliziosa, comunque pudica se vi piace pensarla così, ma tutt’altro che bambina. Neanche lontanamente bambina. Perchè a quindici anni bambine non lo si è più da un bel pezzo. A meno che il tg5 non decida diversamente, ça va sans dire. In alcuni momenti la sovrapposizione delle due immagini – quella della Sarah raccontata e quella della Sarah testimoniata – si faceva quasi surreale, mi pareva di stare davanti a un cinquantenne obeso e peloso infilato in un vestito di tulle rosa e parrucca bionda glitterata che pretende d’essere la principessa Raperonzolo. E ancora più spiazzante è il fatto che apparentemente a voi andava bene così. A voi tornava. Tutto ciò non vi è sembrato il seguito perfetto, anzi la prova empirica cent’anni circa dopo di tutto quello che c’è in “Un chien andalou”.

No perchè lo è. Anzi è qualcosa di anche più interessante. Se le riflessioni surrealiste si concentravano sull’inconscio individuale, in questo caso ciò che viene manipolato è qualcosa di più ampio, è l’inconscio collettivo, l’immaginario di una comunità di individui. E in questo caso non stiamo parlando di manipolazione di valori o della percezione di una persona a livello caratteriale – questo è un meccanismo normale e semplicissimo – c’è chi lo chiama “lavorare in un ufficio stampa” – in quanto si ha a che fare con categorie dello spirito, roba inconcreta, fluida, sfuggente – la cosa spiazzante nel caso della Scazzi è che un’immagine totalmente fittizia e incongruente rispetto alla realtà dei fatti [bambina vs quindicenne] si sia radicata a tal punto nell’immagianrio collettivo da sostituire il dato anagrafico e la concretezza, la fisicità delle fotografie e addirittura dei video. Lo troverei quasi romantico come meccanismo se nello specifico non mi facesse ribrezzo. Ho tirato in ballo “Un chien andalou” perchè nel film viene mostrata in maniera letterale la sovrapposizione fra l’immagine reale e l’immagine prodotta dall’inconscio, con la seconda che subentra in trasparenza a momenti per poi a volte sostituire completamente la prima. Ed è esattamente quello che è stato fatto nell’affrontare la vicenda di Avetrana. Insomma è il cinquantenne obeso che a un certo punto riesce a convincervi di essere davvero la principessa Raperonzolo, e voi al posto del suo corpo umidiccio senza forma cominciate effettivamente a vedere una venticinquenne nordica con le gote rosate e una decina di metri di capelli che spazzan per terra. E’ straniante, e fra l’altro non riesco ancora bene a spiegarmi i motivi.

In fin dei conti la quindicenne di Vercelli scomparsa con un’amica e poi ritrovata è sempre stata definita “ragazza”. Sarà una questione di racconto come dicevo prima, la trama viene meglio se il contrasto è fra il nero profondo della morte per ammazzamento e il bianco candido dell’infanzia, l’adolescente purtroppo non veicola quei valori di ingenuità e incorruttibilità necessari alla narrazione. Anzi, se vogliamo dirla tutta la fascia 13-19 di ‘sti tempi ci sta più che mai sulle palle. L’egoismo, la maleducazione, l’egocentrismo, la superficialità, quei corpi sempre più precoci gestiti da testoline sempre più disperatamente ignoranti…no non si prestano al ruolo della vittima, quindi per le santificazioni mediatiche post-mortem è meglio scalare con gli anni. O salire. L’alternativa poteva essere “Sarah Scazzi giovane donna il cui cammino è stato bruscamente interrotto quando era appena all’inizio”. Avrebbe funzionato, l’infante è sempre più efficace – volendo c’è tutta una retorica ricchissima da poter scomodare, che va dalla strage degli innocenti alla corazzata Potëmkin, sempre disponibile e pronta a farcire i discorsetti morali dei Crepet e delle Palombelli – però per le prossime volte, metti che ci va di mezzo una diciassettenne tanto pura e devota ma con una quarta di reggiseno poco accostabile a un’età premestruale, ecco, tranquilli, esiste un piano B in grado di farvi provare un sentimento di compassione altrettanto pieno e catardico. La vostra vita potrà essere frustrante alle volte, il vostro capo vi tratta da schifo, il vostro compagno è caloroso quanto una cassettiera Malm 30053921, ma ricordate, la redazione di Porta a Porta sa sempre ciò di cui avete bisogno.

2 Risposte

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  1. bebo said, on dicembre 30, 2010 at 10:02 pm

    Il fatto che fosse della provincia la aiuta. Pensa se era di città. Pensa se come foto profilo di fb aveva qualche foto di qualche festa. Pensa a quanta patinatezza. Quanto timbro-stamp che tu sia che significa e io probabile l’ho scritto male. Pensa al watermark sulla foto ripetuto centinaia di volte. La marchettona. La -ormai non più- minorenne ruby, così tanto per.

  2. sarah said, on dicembre 31, 2010 at 11:29 am

    Il fatto di essere di provincia aiuta a farti ammazzare da tua cogina! Fosse stata di città l’avrebbe uccisa tipo la compagna di classe per rubarle la pochette Louis Vuitton, il cui valore assoluto è sicuramente superiore a quello di Ivano Russo.
    Timbro clone! Ah se prima o poi useranno il timbro clone sulla cronaca nera sarà il segno che Lele Mora è il vero figlio di dio e che Gesù Cristo era solo un Mario Rossi qualunque.


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