S/H

Fingete che siamo 3 Mesi fa.

Posted in Senza categoria by sarah on febbraio 21, 2010

Dall’alto a sinistra: Elmgreen & Dragset – death of a collector  (2009) / Robert Gligorov – like a rolling stone (2000) / l’inizio di Viale del Tramonto (1950) / una pubblicità di non so quale agenzia, siccome è pessima non ho voglia di informarmi in merito / una vittima di Katrina (2005) / una pubblicita della M&C Saatchi (2007).

L’iconografia moderna del morto annegato a pancia in giù, tira.

[Il pezzo di opera d’arte più amato dalle masse alla Biennale di quest’anno pare essere stato il collezionista morto annegato in piscina nel padiglione nordigese. Lo dico basandomi sulla statistica delle “cose più fotografate dai miei amici e dai loro amici”, e anche sulla mia consapevolezza del fatto che le opere d’arte che sembrano “cose vere che nella vita vera sono vive” piacciono sempre un sacco, da un lato per un discorso di estetica più accesibile, dall’altro perchè siamo tutti fottuti bambini davanti allo specchio, la cosa in grado di affascinarci più di qualsiasi altra, alla fine, siamo noi stessi. In ogni situazione-ambiente-contesto non vogliamo vedere che noi in qualche modo riflessi. Comunque, la prima immagine che mi è venuta in mente di fronte al lavoro di Elmgreen & Dragset è stata l’inizio di Viale del Tramonto, ma sarebbero potute essere altre centomila cose, fidatevi. Esistono almeno centomila episodi che possono venirvi in mente vedendo uno morto annegato a pancia in giù. E il concept dietro all’organizzazione del padiglione, curato appunto da Elmgreen & Dragset, era una roba più ampia, e anche più divertente, che non “un corpo morto finto che però sembra vero e che spiazzante ambiguità!”. Questo perchè non capisco come possa essere venuto in mente ad alcuni di paragonare questo al lavoro di Robert Gligorov riferito alla morte del chitarrista dei Rolling Stones. Non capisco sinceramente cosa cazzo possano avere in comune le due cose. E più del problema della ripetitività nell’arte contemporanea, mi ha rotto le palle la ripetività stupida delle critiche sull’arte contemporanea che ne denunciano la ripetitività.]

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