S/H

E comunque non mi pare proprio il Caso di rimanerci così sotto per una Segretaria.

Posted in Senza categoria by sarah on dicembre 6, 2009

Comicio questo post non avendolo nemmeno guardato tutto, il film. In “500 days of Summer” ci sono più o meno 1000 momenti in cui affiorano belle canzoni che si ha voglia di riascoltare, per un po’ uno non lo fa perchè sta guardando una cosa e c’ha tutta una trama a cui star dietro, solo che essendo il film bruttino, quando sono arrivata alla scena del matrimonio gliel’ho data su e istigata all’atto, ho messo Mashaboom remixata dai Postal Service.

“500 days of Summer” racconta dell’insipida e poco rilevante relazione sentimentale fra due esseri umani insignificanti e parecchio perdenti. Lui voleva fare l’architetto, invece scrive slogan per i biglietti d’auguri. Per carità, lo fa con indosso riuscitissimi accostamenti cardigan-cravatta e ascoltando del raffinatissimo pop britannico ’60-’70-’80, però sempre di cazzo di cartoline si parla. Lei, che nel gioco dei ruoli sembra quella più forte, è in realtà ancora più disperante. Fa l’assistente nella compagnia di biglietti d’auguri, insomma fotocopia cose, porta il toner, compila tabelle Excell, cose così…e non si accenna nemmeno a nessun’altra sua stravaganza di sottofondo, che ne so – quella torbida passione per gli effluvi tossici dei solventi chimici che la portò nei suoi 27 anni di vita a frequentare un mèlange qunatomai variegato di situazioni, dal corso per parrucchiera e truccatrice teatrale della sua città natale, ai laboratori del dipartimento di chimica dell’Università del Michigan, fino all’esperienza parrocchiale nelle favelas brasiliane dove, sotto le mentite spoglie di caritatevole scout, si diede alla ricerca delle più devastanti fra le colle terzomondiste  –  no, lei è una SEGRETARIA CARINA. Fine. Un brivido gelato mi percorre la spina dorsale.

Fatto sta che lei arriva, lui si inanmora, loro si frequentano, creano un’intimità, ma lei non si innamora, intavola tutta una serie di discorsi fatti sul non impegnarsi, e lui soffre. In breve.

Ma questo non è il punto, ovviamente. Non sono tanto ottusa da non aver capito qual’è l’appeal delle produzioni Fox Searchlight che vengono presentate al Sundance.

E’ Amélie. Il supermercato californiano di film in jeans skinny e montatura tartarugata è in realtà la massificazione made in China dell’essenza densa e amorevolmente cesellata de “Il favoloso mondo di Amélie”, riassumibile alla base in due semplici elementi:

1. Le persone (normali): le persone e le loro piccole storie sono universi magnifici, complessi, divertenti e commoventi, il quotidiano non è banale, basta un po’ di attenzione ed emergono una miriade di dettagli sorprendenti e accattivanti che ad esplorarli non basterebbe una vita.

2. Le piccole cose: le piccole cose sono magiche, sì, la nuova 500, ma anche quel foglio da fotocopia strappato sul quale ho disegnato la mia coinquilina mentre fa la cacca. Insomma le piccolezze raccontano e definiscono, un gesto, un colore, un soprammobile non sono contorno o semplici parti di un insieme, ma sono tutti piccoli protagonisti con una loro storia e un loro “carattere”.

Amélie è diventato un cult per la tenacia e la rindondanza con la quale afferma queste due cose, e queste soltanto, in ogni maledetto frame. Con una cura, una sicurezza nel voler essere il film che è, ammirevole. Chissenefrega della trama e del mielosamente moralistico messaggio finale, sono altre le cose importanti, che lo rendono indiscutibilmente riuscito, e bello. Perchè a me Amélie piace moltissimo, sia chiaro [leggete la stroncatura di Peter Preston sul Guardian, e pregate di non rendervi mai così penosamente ridicoli mentre criticate qualcosa].

Sta di fatto che di quell’attenzione per l’umano e il micro se ne sono impossessati negli ultimi anni i californiani per farci i loro film patocci – spesso filoeuropei – pieni di quelle che vorrebbero essere “fragili e complesse creature di particolare sensibilità”, ma risultano in fine solo caricaturali patchwork di sociopatie contemporanee. Ammetto però che sto pensando a “Little Miss Sunshine” e “Napoleon Dynamite” più che a “500 days”.

In “500 days” i personaggi non hanno una personalità così “in stampatello rosso sottolineata con l’evidenziatore giallo”, insomma non danno l’impressione che chi li ha scritti sia una specie di bambino ciccione sopraffatto dall’ingordo istinto al riempimento nauseabondo. Nonostante il target spocchiosetto del film, i protagonisti sono assolutamente in linea con i prototipi umani della commedia romantica, noiosissimi contenitori di vulnerabilità stereotipata e cinismo idem, propensi al fallimento fino quasi alla caduta, per poi riprendersi all’ultimo nell’entusiastico finale che dischiude un mondo di cose possibili. Ciò che mi sfugge a  questo punto è il motivo per cui questa roba è meglio rispetto a, bho, Jennifer Aniston…per le citazioni british inserite in una Los Angeles straniante e poco credibile? Per la cozzaglia di generi e ammiccamenti vari: le animazioni carinissime, l’accenno di musical quando lui fa l’amore con Summer per la prima volta, i disegnini, la voce narrante che somiglia proprio a quella di Amélie [forse il doppiatore è lo stesso…]?

Ok, effettivamente è meglio di Jennifer Aniston. Solo che a me quel flirtare fintamente disinvolto con un certo tipo di pubblico e un certo filone cinematografico fingendo ancora, per esempio, che le animazioni siano una trovata originale quando ormai stanno al livello di previdibilità della scena di combatimento in canottiera nei film con Jackie Chan, mi da’ fastidio. Perchè è un meccanismo paraculo, ci infilano i soliti imbellettamenti indie-carucci e il tutto sembra bello, curato, delicato. Sticazzi, non bastano i ghirigori posticci, “500 days of Summer” è solo una commedia sentimentale che unisce gli stereotipi hollywoodiani del genere alle mosse a cui ci ha abituati invece il cinema “indie” sempre di quella zona lì.

Una cosa mi ha colpito però. Qualche settimana fa, prima di vedere il film [ah, nel frattempo ho finito di vederlo], ho avuto uno scambio di battute praticamente uguale a un dialogo fra i due protagonisti: all’inizio, al karaoke, Summer, Tom e quell’altro cominciano a parlare di relazioni, Summer dice che lei non crede nell’amore, e Tom risponde – tipo – “che significa che non credi nell’amore? Mica è Babbo Natale”. Ecco, io stavo parlando con una persona che mi stava dicendo di non avere filgi e che non crede nel matrimonio, e io gli ho risposto quasi come Tom “che significa che non credi nel matrimonio? Mica sono gli alieni”. E’ che per certe cose mi sembra irrilevante e fuori luogo usare il verbo “credere”, e mi stupisce quanto le persone si preoccupino di affermare con forza le cose in cui non credono, mi sembra molto cattolico come meccanismo, seppure all’inverso. Comunque il punto è che ho detto la stessa identica frase che ha detto l’altro, e non so bene come prenderla.

Una Risposta

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  1. […] Tags: 500 days of summer, cinemino, deschanel, indie, smiths, torace stretto Sia ink che la kikka hanno già parlato del filmetto in questione aka “500 days of summer”. Deschanel e […]


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