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Arisa è una Serial Killer.

Posted in Senza categoria by sarah on settembre 29, 2009

Allora, io non voglio certo creare inutili allarmismi, scatenare il panico, sguinzagliare il RIS, o qualsiasi altro reparto protagonista di sottoprodotti televisivi italiani, però ho scoperto una cosa grossa, cioè non una delle solite cavolate tipo il Principato di Sealand o Pretty Guardian Sailor Moon, questa volta c’è del contenuto.

Respirate profondamente [proprio come se quello che sto per dirvi non fosse già scritto nel titolo]: Arisa è una serial killer.

E scommetto che non siete neanche tanto stupiti, in fondo lo abbiamo sempre saputo. Comunuqe ho le prove:

arisa

La somiglianza è palese, il naso, la forma del viso, gli occhi, peccato per quel maledetto ibrido fra i Persol 649 e i Wayfarera, perchè il taglio degli occhi, il leggero strabismo e l’arcata sopraccigliare sono talmente simili che ci si vede la stessa follia profondamente stupida e grazie a ciò tenacemente radicata. Quella di destra è Leonarda Cianciulli, aka la saponificatrice di Reggio Emilia.

Nata da uno stupro e da sempre odiata dalla madre, la Cianciulli si da’ fin dalla giovane età ai tentativi di suicidio, suo malgrado sempre seguiti da deludenti fallimenti, frutto forse di una eccessiva ricerca creativa nel campo: ingoiare le stecche del busto lo capisce anche un bambino che non è un metodo sicuro per ammazzarsi. Comunque, con l’adolescenza la situazione migliora, nonostane la scarsissima avvenenza e la femminilità poco convincente, a Leonarda non mancano certo le sgraziate avances di pelosi esemplari di bove suburbano, e ad esse ella si abbandona con leggerezza e gaudio, almeno fino a quando uno dei tanti non le propone la soluzione definitiva, e matrimonio sarà.

I due vanno a vivere appunto a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, e non se la passano neanche troppo male economicamente, solo – Leonarda – diciamo che non ha superato proprio completamente i vecchi traumi, anzi a contorno delle paturnie infantili ci si mette pure una certa tendenza a infrattarsi nei torbidi sottoboschi della magia nera e della stregoneria…figurarsi poi quando – dopo 13 gravidanze finite in anime cave – nota che la profezia di morte per la sua figliolanza fattale da una zingara anni prima stava effettivamente avverandosi.

A strega risponde strega, e nonostante l’impresa sembrasse effettivamente impossibilitata da un volere divino, a seguito di qualche rito esperto i figli cominciano finalmente ad arrivare. Quattro geniti che alla madre sembreranno sempre creature di vetro perennemente esposte a una morte improvvisa voluta dalla sorte. E’ infatti per controllare le incognite infauste che Leonarda comincia ad acculturarsi lei in prima persona sui segreti degli oracoli, diventando la più frequentata fatucchiera della zona, appuntamento immancabile di vecchierelle single ancora tenacemente alla ricerca dei un rinsecchito amore prossimo alla putrefazone.

Strega a tutti gli effetti si affida più che mai alle sue sensazioni, che un bel giorno prendono la fisionomia di una Madonna con un cristo nero al grembo e comiciano a suggerirle di far fuori gente per proteggere la prole. Ed è a questo punto che l’anziana clientela femminile torna utile.

Ne ammazza tre in tre occasioni diverse, tutte addescate con promesse da esperta chiromante. I corpi li fa a pezzi con l’ascia e li bolle con soda caustica nei grossi pentoloni che usava per fare le saponette. Il sangue invece finiva nell’impasto dei dolcetti offerti al vicinato.

Io ho fatto il riassunto della vicenda per convenzione, ma la Cianciulli la conoscono tutti, le sue testimonianze letterarie sono diventate film, canzoni, e anche opere teatrali.

Muore nel ’70 nel manicomio di Pozzuoli. Ma certe anime inquiete lo sanno tutti che non finiscono mai di darsi affanno. Per morire bene, morire e basta, si deve essere in un certo senso in pace con la cosa, tranquilli col mondo, e vi pare che una paranoica omicida morta in manicomio e sepolta in una fossa comune possa considerarsi a conti pari con l’universo? Eh, no.

Inizialmente pensavo che la somiglianza fosse una cosa casuale, una combinazione imprevista di tratti facciali, che tengo a precisarlo, per me sarebbe comunque risultata più che sufficiente per gridare “al mostro” e, invocando Lombroso, buttare giù una petizione a favore dell’esorcismo di Arisa con successiva reclusione in cella di isolamento fino a data da destinarsi. All’evento buffet a base di gamberi.

Mi si è figurata poi la possibilità di un patatrac genetico comprensibilmente tenuto nascosto, sangue e carni che si uniscono in incroci maledetti legando indissolubilmente il dna della cantante a quello dell’assassina. Tipo che è la sua bis-nonna e non ce lo dice perchè è una bis-nipote degenere. E anche in questo caso secondo me ci sarebbero gli estremi per l’ergastolo. Certo, la battaglia in tribunale sarebbe stata dura considerato che Arisa non ha commesso direttamente nessun delitto, ma noi avremmo ingaggiato la Bongiorno, che gira voce, una volta ha fottuto pure Gesù Cristo, che da quel giorno versa al suo assistito un assegno mensile di 25000 euro.

Ma alla fine ho capito che entrambe le mie ipotesi erano sbagliate, la verità è subdola. Sì, io sostengo che Arisa sia l’incarnazione di Leonarda Cianciulli. Quel volto tondo, quegli occhietti meschini, hanno qualcosa che va oltre la fisiognomica, ci si vede il male dentro. Dai, ammettetelo, nello straniamento generale provocato quel dì dalla sua comparsa nel panorama musicale italiano magari non ve ne siete resi conto, ma nel profondo di voi stessi lo avete sempre saputo che quello Knödel vivevente sarebbe stato capace di sterminare tutta la vostra famiglia per poi andare a raccogliere nontiscordardime nel parco vicino all’asilo. Con che modalità non so, forse disintegrando l’attività cerbrale a forza di filastrocche morali dalla melodia stucchevole, o prosciugando la spinta vitale coi discorsetti da sociopatica bislaccamente neo-con, o colpendo ripetutamente i corpi con una mazza chiodata, chissà…in caso spero che sia la mazza chiodata.

Comunque, adesso che la cosa è stata chiarita, e che sappiamo con granitica sicurezza che Arisa è l’incarnazione della serial killer Leonarda Cianciulli, non mi pare il caso di perdere tempo. Se la vedete lanciatele delle sanguisughe addosso, poi nella confusione del momento incapucciatela con un sacco di juta e marchiatela a caldo con una croce cristiana, fatto ciò versatele addosso del sale, poi leccatela, bevete la tequila, mangiate il limone e infine infilatele un picchetto nel cuore recitando la sigla di Pollon.

Mi raccomando, vigili e reattivi.

La tua Terza Scarsa può al Massimo valerti il Posto di Infermiera Ostetrica, per la Chirurgia massimo le Prime Abbondanti

Posted in Senza categoria by sarah on settembre 25, 2009

Qualche sera fa mi è capitato di vedere lo show di Chiambretti su Italia1, era la sera con ospite la Marcuzzi, che lo sapete, ingenua com’è, si è ritrovata coinvolta in quel brutto pasticcio che il suo programmetto ironico sulle donne-hihi! è stato travisato da alcuni bigotti seriosi e ritenuto volgare.

Volgare.

Per capire la portata di un’offesa del genere bisogna fare un distinguo fra gli insulti possbili interni al mondo dello spettacolo. Che sono di due tipi, in estrema sintesi. Anzi no, non sono di due tipi in estrema sintesi, sono di due tipi alla luce della reazione di risposta che scatenano.

Appartengono alla prima categoria quegli insulti, evidentemente dalla corrosività non letale, il cui contenuto, percepito dal mittente come negativo, viene acquisito, manipolato e risemantizzato dal ricevente, in modo da sconvolgerne completamente i tratti, fino a farlo diventare un vanto, un vessillo, uno slogan.

Esempio

X ——–(frivolo, ignorante, populista!)———–> Y

Y (genuino, umile, vicino alla gggente!!!!)

X ?

Y (i vecchi, i bambini scomparsi, la fine del mese!)

X ????

W,j,ß ehhhhhhhhhhh!!!!!

Appartengono invece alla seconda categoria, quegli insulti che sono un po’ come il veleno del gangster Lao Che in Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Che insomma, il veleno è veleno, non è che puoi far finta che sia zenzero. La volgarità appartiene appunto a questa tipologia. Non si può accettare, è deleteria, soffocante, invasiva, bisogna fare qualcosa prima che si attacchi addosso mandando in frantumi anni e anni di onesto ed elegante mestierare in Mediaset [si percepisce il controsenso vero? no perchè forse non è sufficientemente enfatizzato, però è importante che si percepisca]. Come per il veleno del gangster Lao Che, ci vuole l’antidoto. E l’antidoto alla volgarità è l’ironia.

La cazzo di ironia, qualsiasi puttanata passa se imbellettata come ironico trastullo.

Nel caso di “Così fan tutte” sembra che il punto sia “suvvia, un po’ di autoironia, tutte facciamo queste cose!” [lo dice la Marcuzzi ok, ma ovviamente non è che parla per se stessa, parla per l’idea generale di chi lavora alla sit-com]. Ora, 1 – io non faccio così. E non parlo die pompini ai wurstel, parlo di tutto. Io non faccio niente così. Quindi l’autoironia lasciatela alle etetiste dei Solarium di Brescia per favore. 2 – Che palle. Non so se vi rendete conto di quello che comporta una che afferma che “tutte facciamo così”.

Ricapitoliamo, “Così fan tutte” dovrebbe essere una rappresentazione enfatica, paradossale, stereotipata del mondo femminile. Una parodia insomma. Eppure quando si tratta di giustificare il programma, la carta che viene giocata non è quella della caricatura, ma quella opposta, della rappresentazione fedele. Gli sketch sono siampatiche riproduzioni delle lezosità femminili, una specie di concentrato di stupidità rosa, questo è quello che viene detto in sostanza. Ed è questo ad essere snervante e svilente, non il programma in sè, che non avrebbe niente di particolarmente volgare*, sinceramente – si bè, a parte qualche scenetta.

*[niente di particolare volgare rispetto al fatto che tutto è più o meno esplicitamente volgare in televisione, tutti i tabù, i segreti, i bisbiglii della vita quaotidiana diventano bestemmie sputate a squarcia gola in televisione, i soldi sovraesposti dei quiz, la fisicità bovina dei balletti, le meschinità teatrali…è tutto molto volgare, normalmente volgare, pacificamente volgare. In questo senso “Così fan tutte” non è ne più ne meno volgare della media]

Perchè in questo modo, come dire, la cozzaglia traballante e malmessa che alcuni chiamano “team autoriale” dei programmi Mediaset crolla affossata dalla propria stupidità. Svela la vergogna di un immaginario profondamente scisso in due categorie, due generi, che neanche a mettere i lombrichi vicino alle giraffe. Maschi in giacca e cravatta da una parte e donne tanto cretine da indossare tacchi sui quali non sano camminare dall’altra. Due gradini sotto. Loro, maschi, femmine, piante che siano, non scrivono l’enfatizzazione di ciò che vedono, loro scrivono esattamente quella che è la loro idea del mondo, che è quella della loro azienda e di tutte le schifezze che produce. Quella mini sit-com è l’ennesimo tassello a conferma di una visione generale che da sempre va in un’unica viscida direzione.

Quindi capiamoci, il programma in sè, il format, non avrebbe niente di esageratamente offensivo in un contesto normale, sarebbe solamente un prodotto poco interessante che vive di quegli stereotipi e caricature retoriche atte ad iniettare la giusta quantità di divertimento leggero quotidiano nel sistema linfatico del pubblico generalista, agglomerato inscindibile di ossa, sangue e nokia tunes. Ovvio che si disprezza comunque, è francese.

Ma in questo contesto è un’altra cosa, e voi non ci dovreste nemmeno provare a prendermi per i fondelli dal teatrino saputello chiambrettiano su ITALIA1 insieme al direttore di Chi GRUPPO MONDADORI, proprio mi offendo. Con la Marcuzzi che incarna il massimo di forma di vita femminile che siete disposti a concepire, perfetta sintesi della donna come vi piace a voi, figa e anche simpatica, ma non siampatica perchè dice cose brillanti, acute, ma perchè sa rendersi ridicola, mostrandosi come dire, ironica?…si anche, ma più che altro accessibile. Mi è capitato più di una volta di avere a che fare con maschi che, a contorno di una certa “propensione” verso la suddetta, aggiungevano che fra l’altro lei “si è fatta ridurre il seno!” – Le Simone de Beauvoir del terzo millennio esprimono le loro riflessioni sul sociale attraverso la taglia del reggiseno. Attenzione però, l’intelligenza è inversamente proporzionale – oh, come si fa a spiegare certe cose a un povero uomo che ha finalmente trovato un prototipo femminile di suo gradimento su Italia1…cercherò di avere tatto: si è fatta togliere un paio d’etti a tetta perchè dopo una certa età e dopo un figlio se vuoi una sesta naturale devi fare l’abitudine a portare i reggiseni di tua nonna per contenere un blob informe di carne triste. Quando tenevano non è che le facessero schifo mi pare. Spero abbiate retto il colpo.

Comunque questo è quanto, è una questione di insieme, non solo di wurstel. Anche se, voglio dire, vi misurate anche il pene con la penna durante la pausa caffè?

My Telly and its Soldiers

Posted in Senza categoria by sarah on settembre 18, 2009

Allora, specifichiamo: io capisco tutto, capisco che le morti dei soldtati italiani sono morti di Stato, e quelle dei civili no, capisco che c’è tutta una questione di patriottismo, che uno può essere d’accordo o no, però c’è, e i media la sfruttano, capisco anche il film che esalta l’impresa eroica delle “missioni di pace di stocazzo”, sempre per il patriottismo di cui sopra. Quindi non è che io non li comprendo i motivi per cui ieri la programmazione, e se non la programmazione, l’agenda dei canali italiani è stata rivoluzionata, e anche la mia opinione personale rispetto alla presenza in Afghanistan, e rispetto alla questione militare in generale [ovvero il fatto che non ce l’ho molto il senso del soldato che muore per il mio paese, e per noi tutti, a me, intimamente, mancano questi passaggi, spiace] non è che conti niente in questo momento.

Quello che non sopporto, in tutto ciò, è la percezione distorta della contemporaneità che viene a crearsi.

Lo scorso novembre Mumbai è stata dilaniata dagli attacchi terroristici di un un gruppo di militanti Pakistani facenti capo alla Lashkar-e-Taiba, un’organizzazione il cui principale obbiettivo è imporre lo Stato islamico nelle regioni dell’Asia del Sud attraverso i metodi del terrorismo. Quella serie di interventi sono stati definiti l’11 settembre indiano, per dare un po’ il senso della gravità. Solo al Taj Mahal, l’albergo stralusso nella zona stralusso della città, sono morte più di 170 persone.

La televisione generalista ha dedicato ovviamente ampio spazio alla vicenda, e i contenitori predisposti all’approfondimento hanno naturalmente trattato l’argomento, però nessuna rivoluzione, nessun cambiamento radicale nella scaletta delle reti.

Ecco, quello che mi da’ fastidio è questo genere di rilevanza distorta degli avvenimenti contemporanei che viene a crearsi nella testa di chi non si informa se non attraverso la televisione, ovvero la maggioranza degli italiani [un attimo eh, finisco questo discorso poi dico anche la cosa che lo so che la televisione è un rimescolamento di percezioni distorte e modelli storpi, un attimo solo]. Nella visione del mondo dell’italiano medio, la morte di sei milatari in una zona pericolosa [eufemismo] del mondo è più rilevante, più traumatica, più “grande” rispetto alle copiose decine di vittime di Mumbai 2008.

Non va bene. Anche perchè, con tutto il rispetto che forse intimamente mi manca ma che razionalmente so di dovere alla situazione, il militare che va in una situazione di guerra lo mette in conto il pericolo. Insomma, non può essere così traumatica e scandalosa la morte di un soldato, se non per i suo cari ovviamente. Parlo di una prospettiva pragmatica sulle cose, non emotiva. Le stragi di civili sono, devono essere, molto più shockanti, inaspettate, di difficile metabolizzazione.

Se l’anno prossimo chiederete a mia madre cosa si ricorda del terrorismo negli ultimi anni, con un po’ di sforzo riuscirete ad estorcerle la Kabul di ieri, ma mai vi citerà l’India. Non va bene.

E adesso il discorso del mondo distorto creato dalla televisione. E che magari, per la quotidianità di ‘sto italiano medio, è più grave la rappresentazione mediatica storpia della società, dei modelli corporei e comportamentali – eccetera – che non la falsificazione di quella che è la rilevanza globale di certi avvenimenti che sono poi tasselli di storia contemporanea.

Si, si, probabilmente è così. Però oggi si parlava d’altro.

Mi sbilancio: la Campagna Pubblicitaria più Brutta di Sempre. Si, peggio delle Patate Selenella. [credo]

Posted in Senza categoria by sarah on settembre 14, 2009

Per chi non vive o non è passato di recente da Milano -> 1 2

L’artista preferito della segretaria dello studio notarile del 3° piano diplomata in ragioneria esperta compilatrice di tabelle Excell nonchè tenace amante delle méches miele dorato e della franch manicure? Edward Hopper!

L’artista preferito dal venditore di kebab del baracchino in 22 Marzo vissuto fino ai 33 anni in Egitto, per poi trasferirsi in Italia, paese meno ospitale del previsto nel quale per 5 anni ha dovuto tirarla a campare con lavori in nero sottopagati? Edward Hopper!

L’artista preferito di mia zia, sessantenne dal bigottismo quanto mai idiota e fastidioso espresso costantemente in un andi-rivieni di squittii animaleschi che portano al limite del collasso il timpano umano? Edward Hopper!

L’artista preferito da Giacomino, ottenne castano scuro con gli occhi marroni, fan accanito delle carte di Yu-Gi-Oh!, nonchè amante combattuto delle caccole prodotte dal suo naso? Edward Hopper!

L’artista preferito dal cassiere della Pam, 3° media in provincia di Caserta espiantato a Milano in seguito a vicende familiari diverse, 37 anni passati a coltivare il talento di interpretare le canzoni della tradizione napoletana coi rutti, da notare la partecipazione a “La Corrida” nella puntata del 18 febbraio 1998? Edward Hopper!

L’artista preferito dall’ottantenne assassinatore di piccioni che staziona la maggior parte della giornata davanti a Pracchi tentando di smerciare i suoi volatili dal retrogusto di nebbia  e aperitivi Campari inutilmente sorridenti? Edward Hopper!

L’ARTISTA PREFERITO DALL’INDIVIDUO MENO ADEGUATO IN ASSOLUTO AD ESPRIMERE UN GIUDIZIO IN CAMPO ARTISTICO – INFATTI SE FOSSE ANCHE SOLO LONTANAMENTE COMPETENTE IN MATERIA NON USEREBBE MAI UN’ESPRESSIONE COME “L’ARTISTA PREFERITO”?

Povero Hopper, a portare il cane ad evacuare sulla sua tomba gli si fa un favore.

hopper

Girls are Meat and Boys are all SO Gay.

Posted in Uncategorized by sarah on settembre 13, 2009

Prima di parlare di quello di cui devo parlare: Carlo Pastore in prima serata su Rai2? Dopo quello che ho scritto? Cos’è vi divertite? Volete una foto di me che guardo astiosa la televisione ulteriormente incattivita dalla scomodità strutturale del mio divano? Quella povera bambina thailandese* dovrà sbriciolarmi gli ansiolitici nel semolino prima di ogni puntata di X Factor.

*è una cosa fra me e l’altro, non potete capire.

Ma voi, cosa vi aspettate se andate a vedere un film sul sistema televisivo italiano? E se lo doveste raccontare voi a qualcuno, quale sarebbe il punto? E’ che credo che con certe cose, le cose attuali intendo, che uno è in grado gi gestire…voglio dire, non avrebbe senso chiedere a qualcuno “tu come lo avresti fatto Hiroshima Mon Amour?”, quello ti può al massimo rispondere quanto gli da’ sui nervi la recitazione cantalinante-onirica nei film di Resnais, ma finisce lì; invece con le cose attuali dicevo, è utile pensare a come lo si avrebbe fatto, quale senso ultimo si avrebbe dato. Poi si valuta lo scarto con quello che si ha visto.

Mercoledì scorso sono andata a vedere Videocracy. Videocracy è un documentario che si pone l’obbiettivo di raccontare le nefandezze della nostra televisione, quella commerciale nello specifico, fondata da Silvio Berlusconi, con i corpi in vetroresina, i magnaccia dall’occhietto viscido e la speculazione morbosa sulle piccolezze private del nulla vestito Cavalli.

Nel film ci sono un po’ di cose: c’è il racconto di Ricky, piccolo e goffo esempio di aborto cerebrale lombardo, prototipo dipinto a mano dell’operaio poco istruito donato anima e corpo all’obbiettivo perlescente dello spettacolo, un poveretto piazzato lì per infilare stupidate, per essere deriso, per dire di proporsi come un “incrocio fra Ricky Martin e Jean Claude Van Damme”, la cosa più gay sentita quest’anno a Venezia. Ah, no, George Clooney…neanche quel primato hanno voluto concedere al nostro intellettualmente sottodotato-Ricky. Gli altri due protagonisti “monografati” sono Lele Mora e Fabrizio Corona, i reucci dell’intruglio, gli avidi attizzatori del sistema, quelli che forniscono la carne da maciullare e dare in pasto al popolo, e su essa guadagnano. E poi naturalmente ci sono tutti, c’è Berlusconi, Briatore, Il Grande Fratello, Veline, mash-up di tette e culi.

Il quadro generale che viene a crearsi è, come dire, fedele. La nostra televisione generalista è brutta e volgare, ed essendo il medium più potente nel nostro paese la cosa non finisce all’universo-scatola in sé, ma si estende, dirama i suoi tentacoli trash ovunque, si insinua nelle trame sociali, plasma l’evoluzione degli aggregati, si fa backgroud culturale, propone modelli…abbassa. Abbassa un casino, tutto. Una schifezza creata dal premier con la dedizione di un bambino degli anni’50 che costruisce un trenino Tommy.

Non credo ci sia bisogno di specificarlo, comunque – come tutti i documentari – è un prodotto di sinistra per la sinistra. Vabbè, ci mancherebbe. Se siete andati anche voi a vederlo al cinema avrete assistito come me al fenomeno dell’immedesimazione parlata dello spettatore. La platea che boffonchia in pratica, l’hipster sfigata col cappello [dio, anche al cinema] e i collant rossi accanto a me commentava a sarcastici monosillabi quasi ogni scena, altri tizi ridacchiavano di supore, e un po’ tutti si sentivano al sicuro, al punto coccolati nella loro posizione politica condivisa da quasi togliersi le scarpe. A me comunque non è piaciuto.

I motivi:

– E’ poco. La ricosruzione non è sufficientemente profonda, anzi rimane sullo strato più misero e superficiale di quell’oceano di fanghiglia, racconta solo i personaggi e i comportamenti più maliziosamente attraenti, più estremi, quelli che in definitiva già conosciamo tutti benissimo. Fabrizio Corona ha pubblicato due libri, ha partecipato a un reality show, si è fatto intervistare da chiunque, e mi aspetto di qui a breve di trovare in edicola i dvd delle sue gastroscopie e depilazioni pubiche; per quale motivo dovrebbe essere interessante e sconvolgente ascoltare per l’ennesiama volta la sua filosofia di vita? Non lo è. Lele Mora idem, non dice niente di rilevante, fa solo schifo a vedersi come al solito.

Ma un attimo, adesso voi magari dite “eh no dai, perchè questi in Vallettopoli erano pure indagati per sfruttamento della prostituzione, c’era l’agente che faceva il magnaccia, e il giro di vallette televisive era anche un po’ un giro di zoccole d’alto bordo…” GIA’! Ma non se ne parla di questo in Videocracy, si accenna al massimo, ma si glissa come se fosse in fondo ovvio. Per questo parlo di superficialità, il film rimane sul filo dell’acqua a documentare l’orripilinte teatro di mostri messo lì per farsi guardare, e finisce quindi in poco più di un rimprovero morale fastidiosamente banale. Per intenderci, Mara Carfagna compare in un frame e basta, in un tocca e fuggi di allusioni. E quella lo ha avuto in bocca Berlusconi. La cosa è moralmente schifosa, ma il significato della vicenda non sta nello scandalo in sè, ma nel sistema di selezione femminile viscida dei quiz televisivi che viene applicato anche alla classe politica: chi viene scelta non è la più brava, la più preparata, quella con una solida esperienza e una serie di conoscenze costruite in un percorso di vita coerente [che non significa “avere un’età”, significa che nella tua vita, qualunque sia la sua lunghezza, tu hai lavorato per quella cosa e poche stronzate], ma quella bravina, con la sua laurea ben intesi, ma disposta a dimostrarsi gentile e condiscendente in varie forme, tanto poi l’esperienza se la farà sul campo. E’ ingiusto e controproducente, non amorale. Non abbiamo bisogno di altri prodotti di sinsitra per la sinistra che lo facciano percepire come l’ennesimo vizietto italico.

– Come ho detto, documenta l’orripilante teatro di mostri messo lì per farsi guardare. Infatti. Cade nel giochino voyeristico che la tv crea. Ravana nel torbidume delle singole meschinità, la suoneria neofascista di Lele Mora, la sua squadra di manzi nervoluti grottescamente simile ai chirichetti spompinatori di un candido prete scalzo di lino vestito, il cattivo gusto glitterato di Miss Millionaire, il pene lampadato di Corona…Corona non aspetta altro che farsi vedere il pene, e sa che se mai questa cosa dovesse arrivare in televisione, quello per molti sarà il film col nudo integrale di Fabrizio Corona…era rilevante rispetto allo scopo ultimo del documentario far vedere il pene? No. E allora non andava fatto. Cristoiddio, non si può scivolare così ingenuamente nel gioco del tizio che stai criticando, non basta la voce narrante che accompagna il racconto con un tono da Giudizio Universale che nemmeno Travaglio nei momenti migliori.

Poi c’è stata un’altra scena su Corona che mi infastidito molto: a un certo punto c’è lui sdraiato sul letto di casa che conta mazzette di contante…ora, quell’uomo è stato arrestato anche per detenzione e utilizzo di banconote false, ed è una cosa rilevante da dire se fai una scena così, con la ricchezza non sublimata nello stile di vita, ma esposta nuda e cruda, buttata in faccia…il punto di un’immagine del genere non può diventare solo “ha tanti soldi e li conta in privato come l’ultimo dei camorristi”, perchè il significato è più complesso, ci si legge la sfacciataggine e l’utilizzo del video per schiaffeggiare ulteriormente l’autorità, e tu lo devi spiegare fino alla sfumatura più vanascente quel significato, altrimenti ti fai prendere in giro…io poi mi sarei portata a casa una banconota di scamuffo e l’avrei fatta controllare, ma forse ho visto troppi film di Hitchcock quest’estate.

– E’ confuso, un calderone. Che è un rischio grosso quando si fanno i documentari. Si mette dentro tutto, tutto quello che trasuda desiderio d’apparire, così le specificità scosciate italiane finiscono per cofondersi con la voglia di esserci fine a se stessa indotta dai reality show, uguali in tutto il mondo, e spesso più fantasiosi dei nostri. Perchè la società dell’apparenza non è una roba italiana, suvvia, certi meccanismi li aveva già annusati quel cocainomane annebbaito di Andy Warhol cinquan’anni fa…la malattia nel sistema italiano non sta nel desiderio proletario di sfondare in quel mondo, ma nel comportamento marcio che c’è alla base di esso, ormai assimilato dai telespettatori come modus operandi indiscusso.

– Non è per me. Non è orientato al pubblico italiano, il regista è uno che vive da molti anni in Svezia, e il suo film è per quel mercato lì, per gli europei a modo incuriositi dalle peculiarità locali, e allora giele si da’ le peculiarità, in tutta la loro folkloristica pacchianaria, compelte di stereotipo del mafiosetto inserito incarnato da Corona. E’ una cosa per gli altri, per noi non significa niente, meno di una descrizione, meno che guardare coi nostri occhi, meno delle intercettazioni che abbiamo letto sui quotidiani.

Davvero, alla fine il punto è che un italiano mediamente informato [e quelli che non lo sono ovviamente non sono neanche interessati ad andare al cinema a vedere Videocracy] non ci trova davvero nulla, anzi, ci trova meno, molto meno rispetto a quello che già sa. Non credo che abbia senso per noi, se qualcuno l’ha trovato in qualche modo illuminante, o anche solo esaustivo me lo dica, sul serio, magari mi è sfuggito qualcosa.

Che poi a me va bene anche così, capisco, è un documentario sulla tv italiana fatto per i non italiani, per questo a noi non dice nulla, non aggiunge nulla, pacificamente lo dico…solo non ho capito i rincoglioniti di Venezia che avranno mai avuto da applaudire.

I love you even more, Rotten Desperate and Broken with Nothing left but High-Class Memories – 2nd Issue. How to tell your Children about the biggest Financial Crack evah.

Posted in Senza categoria by sarah on settembre 1, 2009

[Oh, io la prendo alla lontana, lo sapete no? Ecco, l’ho presa alla lontana, sappiatelo.]

Me lo immagino come una tiepida domenica primaverile degli anni ’90, io piuttosto bambina, una cosa tipo 9 anni, chiusa in camera con la televisione sintonizzata su Rai3. Licia Colò gesticola di cose turistiche circondata da un colorato intruglio di umanità etnica addobbata secondo lo stereotipo proletario di “esotico”, mi sta di fronte con tutte le sue lunghe gambe da cavalla inglese, la pesantezza inflitta alla schiena dal seno materno e la paglia secca dei riccioli che le incornicia il viso luminoso, e così, radiosamente entusiasta, spiega come si fa ad essere aperti e accoglienti verso gli uomini con la pelle scura e le mutande di caucciù. Dice: “perchè dobbiamo ricordarci di quando eravamo noi a sbarcare in America sognando un futuro migliore”.

Non avendone reminescenza me lo figuro così il giorno in cui per la prima volta sono entrata in contatto col concetto di ciclicità nella storia.

E’ proprio vero, noi siamo loro, loro sono noi, noi siamo tutti, tutti si sentono allo stesso modo, solo con tempestiche diverse, buonismi random, riflessioni retoriche, “Baricco è stato ampiamente sopravvalutato”, “è colpa del buco nell’ozono”, “i film in lingua originale sono tutta un’altra cosa”, “adoro Bill Murrey, ha le sopraccilia da cane triste” [questa è retorica solo se mi conoscete personalmente]…COMUNQUE, alla luce di questa nuova consapevolezza discesa nella mia coscienza grazie ai timidi palinsesti freschi di Seconda Repubblica, penso sia giunto il momento di andare a indagare quelle che sono le piccole differenze – relative a un fenomeno globale costantemente in atto come l’immigrazione – che ne definiscono la specificità rispetto alle variabili x, y spazio-temporali.

Per esembio, una cosa che è cambaita moltissimo rispetto a quando eravamo noi il ripieno maleodorante di barconi tenuti insieme solo da disperazione, ruggine e speranza, è la pratica dello sfruttamento finanziario legalizzato dell’immigrazione. Se nella New York di inizio ‘900, le masse umane proveienti dall’oceano furono da subito accolte come una nuova fonte di guadagno per piccoli avari smaniosi, desiderosi di alti e veloci profitti, oggi mi pare che le cose vadano diversamente, come se chi si occupa di truffa in maniche di camicia ignorasse completamente la categoria. Le finanziarie per dirne una. Conoscendo le strategie borderline dei nuovi usurai col naso rosso da Patch Adams, in questo momento dovremmo annaspare satolli in un continuo mediatico di input tipo: “non hai voglia di comprare un costoso biglietto aereo per tornare nella panacea batteriologica che è il tuo paese nel Sud-Est asiatico?” oppure “non vorresti tanto mandare un bel gruzzoletto per l’istruzione di tuo nipote in Brasile, prima che gi effluvi di colla gli fottano definitivamente l’attività nervosa?” o ancora “tu e la tua mogliera non desiderate espandere la famiglia e fare così contento il vostro Dio subequatoriale nell’alto dei cieli?”. E invece, contro ogni logica, no. Questi strozzini inamidati sembrano voler deflorare analmente solo i pensionati. Fra le loro unticcie ditina bramano solo le carni flaccide di vecchietti che devono pagare il matrimonio alla prole trentacinquenne deficiente. Come se fossero l’unica fascia stremata a facilemente raggirabile della società! Che ottusamente malvagi.

A Ellis Island, come dicevo, era un’altra cosa. L’intenso groviglio migratorio di sangue sacro, superstizioni, mani callose e affezioni culinarie radicate al punto da inglobare salumi d’importazione vietata in latticini sudanti aromi meditarrenei, manifestò da subito la sua attrattiva d’estrazione popolare su chi fu capace di vederci una nuova, fiorente possibilità di lucro. Il signor Luigi Zarossi, per dirne, esemplare d’altri tempi della specie “italiano furbo” che decise di occuparsi con un’attività ad hoc dei risparmi degli immigrati. Il Banco Zarossi di Montreal offriva interessi del 6%, il doppio del tasso corrente, grazie ai quali attirò a sè un bel po’ di italiani sperduti che ne consentirono la repentina crescita e conoseguente arricchimento del fondatore. A questo punto però sorge un problema. Un intoppo che a molti di voi potrà sembrare di carattere economico, ma che a mio parere riguarda una questione assolutamente antropologica. Il fatto è che la specie “italiano furbo” in realtà non esiste. Si tratta solamente di una iperbolicamente positiva concezione di sè che hanno gli individui che credono di farne parte. Uomini piccoli e viscidi che in verità sono solo mediocri arraffoni ignoranti la cui lucidità mentale viene prima o poi inevitabilmente soppraffatta dalla smania di possesso ed esteriorizzazione, conducendoli a mesti fallimenti al punto carichi di colpa e di vergogna da costringerli alla fuga. Questo è quello che infatti accadde a Zarossi. A seguito di alcuni prestiti immobiliari sbagliati, l’imprenditore si ritrovò con un utile pari al nulla più profondamente vuoto, e comiciò a tirare avanti la baracca pagando gli interessi esclusivamente con le somme depositate dai nuovi correntisti. Ovviamente alla fine si ritrovò strozzato, il Banco fallì, e lui scappò in Messico.

Ma non tutto andò perduto del duro lavoro di Zarossi. La vecchia tecnica di tirare avanti senza investire fu infatti acquisita splendidamente e riproposta da uno dei suoi fidati ex-consulenti, Carlo Ponzi.

Ponzi nasce e vive sanguisuga arrampicatrice in Italia fino ai 20 e spiccioli anni quando, a corto di liquidi, si imbarca anche lui alla Volta di Boston, Massachusetts, Statiunitidamerica dove lavora, rubacchia, raccimola per qualche anno. Si trasferisce poi a Montreal, Canada, dove diventa appunto consulente di Zarossi. Zarossi finisce come finisce, Ponzi invece perdura, si fa mettere il prigione due volte, la prima per aver falsificato un assegno intestandolo a suo nome e la seconda per un brillante progetto di immigrazione clandestina italiana, ma ciononostante non si perde d’animo e rilasciato torna a Boston, città fertile che darà i natali al business incaricato di farlo diventare ricco e abbronzato come Briatore [Briatore non è un uomo, è una condizione dello spirito, ricordatevelo]. Tutto comincia quando il nostro scaltro pubblica una “Guida del Commerciante” che, ignorata negli USA, suscita invece curiosità in Spagna, una società gli richiede infatti informazioni in merito via posta, e allega alla richiesta un IRC, un Buono di Risposta Internazionale.

Gli IRC sono coupon che vanno sostituiti con un francobollo del paese del ricevente per coprire i costi di risposta. In pratica tu mi scrivi una lettera dall’Australia e ad essa alleghi un IRC, io che la ricevo e ti voglio rispondere vado in Posta e cambio l’IRC con un francobollo, poi scrivo la mia letterina, ci appiccico il francobollo e te la mando, così il costo di spedizione della mia lettera l’hai pagat tu, amico australiano, e non io.

Capito il meccanismo, alla faina Ponzi viene un’idea. Il costo degli IRC cambia a seconda del paese, ma il loro corispettivo in francobolli è sempre lo stesso, quindi acquistando gli IRC in un paese in cui il costo della vita è molto inferiore rispetto agli Stati Uniti, e cambiandoli con francobolli americani da mettere in commercio, si genera un profitto pari al costo del francobollo meno quello dell’IRC, ovvero il 400% del denaro investito, in caso di IRC italiani [questo secondo Ponzi, che di contabilità mi sa’ che ci capiva poco]. Dicesi arbitraggio.

Ha il business, ora gli ci vogliono gli investitori. Ponzi attira amici, parenti e gente a caso con la promessa di un rendimento sugli investimenti del 50% in 90 giorni, roba che oggi potrebbe esserti proposta solo da un unicorno azzurro con le gambe da cavalluccio marino – quindi senza gambe – e il busto da triceratopo, però viola, ovvero quello che si vede dopo aver mischiato Roipnol, LSD, rum e Polaretti Dolfin. Eppure un secolo fa questa storia doveva sembrare plausibile, infatti gli investitori arrivano a fiotti e Ponzi mette su la sua società, la Securities Exchange Companany. Il resto è un pattern. Nel senso che in questi casi la prassi è sempre quella: il furbo della situazione si arricchisce molto velocemente, il chè gli crea intorno un’aura di solidità e fiducia che attira altri disposti ad affidargli il proprio denaro, poi un bel giorno qualcuno va a indagare e porta tristemente alla luce la meschina bestiola infinitesimale nascosta dietro l’ombra illusoria del gigante. In sostanza l’italiano viene sgamato in tutta la sua incapacità imprenditoriale da un analista finanziario ingaggiato dal Boston Post, che fa emergere l’incostistenza della società. La mole soffocate di soldi accumulata da Ponzi negli anni non deriva da investimenti, ovvero quelle cose che finiscono nelle Attività dello Stato Patrimoniale, ma bensì da Finanziamenti, Passività. [una cosa che mi ha sempre colpito dell’economia aziendale è come un sacco di calcoli, e robe varie complesse, davvero incasinate, si riducano alla fine, sempre, a due ordinate colonne basate sulla dicotomia più banale del mondo].  Un gioco del genere regge fino a quando l’apparente buona salute del sistema continua ad attirare denaro, e in questo Ponzi è moto bravo, un personaggio carismatico possiamo dire, riesce infatti a mettere qualche toppa alla mala-reputazione costruita dal Boston Post, solo che poi la faccia di cera non basta più, e se non sono gli investitori a ritirarsi in massa e a lasciare nuda la debole struttura della società, è la Guardia di Finanza che ti si presenta mentre fai colazione e chiude la questione.

Tutto ciò comunque per spiegarvi cos’è uno schema di Ponzi, e scommetto che non lo avete neanche capito bene. In poche parole si mette su un’attività e si attirano investitori con promesse di rendita molto alte, che inizialmente verranno ripagate per crearsi un buon nome e attirare altri investitori. Dietro all’attività però si cela il nulla più assoluto, infatti l’apparente ricchezza non proviene da investimenti attivi, ma solo dal denaro apportato dai nuovi investitori. Quindi prima o poi il tutto crolla. Ci sono due strade: o l’autorità nazionale responsabile del controllo finanziario scopre l’illegalità e chiude il tutto, oppure cominciano a venire fuori sospetti che rovinano il nome dell’attività e inducono gli investitori a ritirarsi, a questo punto chi si ritira viene pagato finchè ce n’è, ma prima o poi, più prima che poi, i soldi finiscono e la truffa si rende palese.

E adesso arriviamo al punto. Bernie Madoff. Madoff è l’ex imprenditore americano accusato della più grande frode finanziaria di sempre, portata avanti appunto con uno Schema di Ponzi.

La sua attività di investment advisor a Wall Street comicia negli anni ’60 quando fonda la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, che promette ritorni ai suoi investitori sempre superiori al 10% [cioè, anche di un bel po’ superiori, tipo del 18% a volte] e soprattutto indipendenti dall’andamento dei mercati. Naturalmente la crescita è repentina, soprattutto dopo che Madoff si affianca nella sua attività alla Avellino&Bienes, piccola società newyorkese che offriva servizi in materia di contabilità, attraverso la quale Madoff trova nuovi clienti e denaro da investire. Dopo Avelino e Bianes si occupano dell’approvviggionamento di investitori per Madoff altre società, ed è sostanzialmente così che Bernie diventa uno degli uomoni più ricchi del mondo, nonchè presidente del NASDAQ, nonchè uno dei fondi d’investimento con la migliore nomea in assoluto. Solo che, tu guarda, Madoff non era registrato da nessuna parte. Si, perchè chi fa questo lavoro negli Stati Uniti deve essere registrato alla SEC, la commissione che si occupa del controllo sulle attività finanziarie, mentre Madoff, con tutto quel giro lì, niente. La cosa non è che non desti sospetti, anzi, il dubbio dello Schema di Ponzi era già venuto alle autorità ai tempi di Avellino e Bienes, ma a controlli fatti pareva che tutto andasse bene…certo i due hanno dovuto chiudere perchè non erano registrati alla SEC, però Madoff no, Madoff ha semplicemente cambiato giro ed è andato avanti.

Molto avanti. Avanti fino al 2001, quando finalmente i dubbi sull’attività dell’imprenditore si concretizzano in un’analisi finanziaria e un paio di articoli che ne evidenziano la non-trasparenza e dubbia legalità. Non  è subito scandalo comunque, anche se i sopsetti e le pressioni per approfondire lo stato dei fondi aumenta progressivamente. Lo schema finisce definitivamente nel dicembre del 2008, quando Bernard Madoff si consegna spontaneamente alle autorità, in seguito al ritiro di alcuni grossi investitori che avevano lasciato una voragine incolmabile nel suo sistema.

Quello di Madoff è lo Schema di Ponzi più longevo della storia, causa del buco finanziario più grande della storia , che coinvolge l’uomo meno sospettato della storia.

Nel giugno di quest’anno Bernie è stato condannato a 150 anni di prigione [Tanzi a 10 anni, così, per ricordare]. E qua arriviamo veramente al punto del post [che no, non era Madoff in sè, lo avrei liquidato con un riassunto così striminzito se fosse stato Madoff in sè?]. Gente, ok era una brutta persona, ok, ha fottuto l’economia globale, ok un giorno per colpa sua potrebbero tornare in auge gli stereotipi sugli ebrei e chissà dove porterebbe la cosa…Flavia Vento impietosita e desiderosa di difendere la parte discriminata potrebbe fondare un partito sionista e non sapendo che Sion è Gerusalemme potrebbe decidere che la sua Terra Promessa è Groznyj, così in quella regione oltre ai conflitti fra Russia e Movimento Indipendentista Ceceno, soregerebbe anche il problema del partito sionista di Flavia Vento che rivendica il territorio, vi immaginate CHE CASINO?…e tutto a causa di Bernie. Però, se ci pensate bene, cioè, non vi fa un po’ pena? Non vi intenerisce  un po’ quella facciotta da anziano castoro racconta-storie? Quella morbida ondulatura argentea della capigliatura? Per non parlare dell’occhietto nero spiovente, non vi mette una tenera malinconia addosso? No, neanche un po’? E allora, non lo odiate questo meschino arrampicatore-viscido infame? Non vorreste comunicargli tutto il vostro disprezzo? O forse, forse volete redimerlo…Avvolgerlo nella cristianità, ingolfarlo di ostie, stordirlo con qualche raccontino edificante infarinato di simbolismi agresti…

In ogni caso, qualunque sia la vostra reazione, potete farlo. Mandate una letterina a Bernie Madoff con Madoffmail.com! Ogni sei mesi lui riceverà la posta arrivata al sito, e fra i miettenti ci potreste essere anche voi! Yay! [oh, ci sarà anche una mostra in una galleria newyorkese, mi raccomando, crativi.]

Ok. Ho fatto il mio dovere, vi ho stordito con un post lungo e di dubbio interesse, adesso devo fare una cosa. Hanno messo la funzione sondaggio in WordPress! Proviamo la funzione sondaggio? Proviamo la funzione sondaggio.

[Come carriera alternativa aspiro a diventare sondaggista per Cosmopolitan. Ho messo “deve farmi ridere”, si nota?]

Condivido le mie Emozioni, non volevate che condividessi le mie Emozioni? Ecco, le sto condividendo. Vaffanculo.

Posted in Senza categoria by sarah on settembre 1, 2009

Com’è successo che adesso devo fare la copertina del disco a un gruppo sud-americano di cui non ho mai sentito niente e che vuole il disegno di una donna che viene mentre si masturba, senza nemmeno essere pagata pagata?

Cioè io, non la donna che si masturba, non vengo pagata.

E’ tutta colpa vostra, si lo è, perchè lo avete messo su voi questo bel sistema del cazzo secondo il quale uno che disegna non è che lavora, insomma tutte quelle cose così “carine” come si fa a considerarle lavoro…LAVORO, il lavoro è squadrato, asfissiante, borioso, cantilenante, antracite, tu invece sei così particolare e caruccia che mi t’immagino con le manine tutte sporche di colore mentre disegni ricurva su quei fogli costosi misto cotone, che chissà come ti diverti, tu, beata te che ti diverti.

E poi ci piace così tanto quello che fai, cioè, in generale, le cose auto-prodotte, i progetti, che poi lo vedi che quando c’è la passione per qualcosa…no, bè, ecco, metterci dei soldi quello no, però ci sarà il tuo nome inciso sul tronco di una sequoia nella Foresta Amazzonica, che voglio dire, è la Foresta Amazzonica, mica scrivere Sarah col piscio su un marciapiede di San Donato Milanese.

E allora, secondo questo ragionamento, io ragazza carina-che fa cose carine dovrei saltare come una fottuta scimmietta a cui un bambino ritardato lancia dei pistacchi ogni volta che il primo stronzo mi propone una collaborazione, anche se ho altre 300 cose da fare, e anche se si da’ per scontato che non vedrò un soldo.

Infatti è esattamente quello che faccio. E come va a finire? Che devo disegnare una che gode! Che schifo! Veramente, che schifo!

Ed è colpa vostra, perchè se questo mondo fosse giusto, io pensando al lavoro proverei un sano senso di non-voglia, e quando uno mi propone qualcosa, prima di accettare chiederei di cosa si tratta, e invece no, faccio la cazzo di scimmietta sempre felice e mi ritrovo con gente che “per farmi capire” mi manda una foto di Angelina Jolie in un campo di fiori con l’espressione di Sata Teresa nella statua del Bernini.

Fanculo.

Questo ovviamente non significa che io non adori collaborare ai progetti di adorabili squattrinati pelosi eccetera eccetera, e che non sarò sempre assai felice di disegnare per uno che mi spiega quello che vuole così “le balene sono grandi, e sono una gran figata
decidono loro quando respirare (infatti addormentano solo una metà del cervello a turno per dormire), gli batte il cuore tre o quattro volte al minuto, sono belle e pacifiche.”
, solo io non disegno orgasmi, e neanche tipe fighe, o cose ammiccanti, anche qundo è fatta bene io quella roba la disprezzo che voi non potete capire. E se fossi un po’ meno entusiasta e un po’ più distaccata da quello che faccio adesso non dovrei fare una cosa che disprezzo.