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Hey! è il 6 Agosto, parliamo di Olocausto!

Posted in Senza categoria by sarah on agosto 6, 2009

Io e la Germania abbiamo qualcosa in comune. Una certa fissazione irrisolvibile per l’Olocausto, il desiderio morboso di affondare le braccia fino ai gomiti in quel groviglio di oscenità, morte, disumanizzazione, e rimestarlo, riesplorarlo come il più magnifico e profondo mistero che la storia abbia partorito. Certo, io e la Germania siamo anche molto diverse, la sua dedizione alla memoria ha il sapore di un senso di colpa che non vuole essere risolto, ma rimesso in circolo nella contemporaneità che essendo fluida e mutevole ne evidenzia di volta in volta aspetti diversi, rendendo l’evento non più un punto fermo nel passato destinato  a un lento sbiadire nel tempo, bensì il ricordo più vitale che il paese conserva, perpetuamente sanguigno nel cemento e nell’aria, e di conseguenza nella carne delle persone. Per quanto riguarda me invece is tratta di interesse verso le bassezze umane, un certo feticismo per la distruzione in vari sensi, e quella voyeristica attrazione per la morte e il degrado abbastanza comune in chiunque, nel mio caso magari un po’ accentuata.

Ma non vorrei rendere il tutto in qualche modo speciale. Insomma, sto parlando dell’episodio storico probabilmente più reinterpretato e racconatto da registi milionari pluri-nominati e scrittori di best-seller, l’interesse per quella materia non è affatto di nicchia, anzi è un raro caso di “pezzo di storia” perfettamente acquisito e digerito dalla cultura popolare. Perchè, come dicevo, è terribilmente attraente, incomprensibile, cruento.

Ecco, la cultura popolare. E’ quello il punto. L’Olocausto è stato proposto alle masse nei modi più disparati, a volte come protagonista, altre come sfondo di storie personali, è stato implicato come memoria, come traccia, ne hanno analizzato delicatamente quasi ogni aspetto: crudeltà, paura, disumanizzazione, pietà, esempi eroici, conflitti, perdono, colpa, cicatrici. Amore, naturalmente. Quasi ogni aspetto, appunto, purtroppo però quasi sempre sotto un’ottica piuttosto stereotipata e poco attenta a quello che rappresenta almeno la metà della storia. Ciò che viene messo sul tavolo dell’autopsia in questi casi è quasi sempre il dramma ebraico, la bruttura portata all’estremo; questo è il punto dal quale di solito si parte, sviuppando poi la stroia nei sensi più disparati, dalla favola de “La vita è Bella” alla monografia eroica di “Shindler’s List”. Non sto dicendo che sia sbagliato, l’oscenità di quello che è successo è di sicuro la cosa più importante da raccontare, e trovo assolutamente positivo che nel tempo quella stessa storia venga ripetuta e divulgata in nuovi modi, è il discorso che facevo prima, rendere attuale il fatto storico è l’unico modo per evitare che diventi solo una didascalia nel sussidiario delle medie.

Detto ciò a un certo punto si potrebbe anche pensare di guardare dall’altra parte. La parte tedesca intendo. Perchè se questi racconti pop hanno il nobile intento di testimoniare la tragedia, è anche vero che l’altra componente che li caratterizza è la ricerca sfacciata della risposta empatica, emotiva, lacrimosa nello spettatore. E TENIAMO BEN PRESENTE che lo spettaore non piange mai a causa de contenuto nudo e crudo di una scena, ma SEMPRE in risposta a una serie di espedienti tecnici, di mestiere, che suggeriscono in lui partecipazione emotiva, commozione, umidità. Quindi tutti consapevoli del fatto che è per il regista che vi cola il naso, perchè siete volubili alle sue mossette, non perchè siete sensibilissimi individui tanto empatici da comprendere ciò che si prova ad essere trattati come bestiame infetto in un campo di concentramento.

Francamente però non so perchè sto facendo riferimenti al mondo del cinema, quando in realà quello di cui voglio parlare è un libro. O forse sì, perchè fra la narrativa sull’argomento mi vengono quasi solo in mente storie autobiografiche, e decostruirne lo stile, o anche solo giudicarle in qualche modo mi sembra vergognosamente offensivo. [Il resto è saggistica, ma la saggistica non è pop, e non è ciò di cui sto parlando]. Ma anche per un altro motivo: chi scrive della propria esperienza scrive di quella e basta, è naturale che non abbia uno sguardo a tutto tondo sulla vicenda, mentre quando quella esperienza viene rielaborata da qualcun altro, la completezza nel racconto diventa necessaria, e sarebbe il caso prima o poi di provare a descrivere tutto sinceramente.

E’ per questa necessità di completezza che quando, nel 2007, è uscito in Italia “Le Benvole”, romanzo d’esordio di Jonathan Littell premiato e osannato in vari modi, ho pensato che qualcuno avesse finalmente scritto il MIO libro. L’entusiasmo non mi ha comunque impedito di ritardare l’acquisto di un annetto e mezzo, per comprarlo finalmente qualche mese fa.

In breve, “Le Benevole” guarda la Soluzione Finale dalla prospettiva di una SS, facendo emergere tutto ciò che d’abitudine viene ignorato e spesso banalizzato. Non mi riferisco a dubbi, rifiuto, senso di colpa, dolore, ma piuttosto a vomito, epidemie, infezioni, amputazioni di arti congelati, pulci, assideramento, pazzia. Tutto in seno alle SS. Il tabù nei prodotti pop non riguarda mai i sentimenti contraddittori e dilanianti fra i quali si dovevano barcamenare le SS, ma piuttosto il fatto che in Ucraina morissero col cervello assiderato se non indossavano la cuffia di lana sotto l’elmetto di ferro. Qualcosa tipo “chi uccide non muore e viceversa“. Comunque nel libro c’è tutto, ed è bellissimo, mi appaga moltissimo, e doveste leggerlo tutti. Detto questo però c’è una cosa che volevo e ancora mi manca.

Il mio cruccio, da sempre, è la banalità degli uomini dell’esercito nazista, il fatto che fossero persone normali trasformate in artefici di uno sterminio di massa organizzato. E lo erano veramente così “medi”. E’ vero che le restrizioni di Versailles avevano portato a una selezione di grande qualità degli uomini arruolati nella Wehrmacht, ma con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e i conseguenti obbiettivi espansionistici della Germania, il Trattato già poco gradito venne completamente messo da parte, e a partecipare alla Soluzione Finale furono chiamati non soltanto uomini dell’esercito ufficiale, ma anche branche della Ordnungspolizei, la polizia civile, in buona parte composta da poliziotti di carriera per età non più idonei all’arruolamento nell’esercito, e volontari arruolati prima della guerra che entrando in polizia non pensavano certo di prendere parte a un secondo conflitto mondiale. Era gente di ceto medio-basso, con famiglia, mogli e figli, e moderato entusiasmo verso l’ideologia nazista. Mio padre. Quindi come succede che mio padre diventa una macchina capace di ammazzare in serie donne, uomini e bambini? :Il coinvolgimento all’interno di una “procedura operativa coerente”, la spinta al conformismo, l’obbedienza, la gerarchia, l’imbruttimento del contesto…ok, ne avevo già parlato di queste cose. Ma io di questa gente ho letto solo in saggi di storici che si sono occupati dell’argomento, ciò che mi manca, e che sinceramente cercavo nel libro di Littell, è la storia individuale in forma di romanzo di uno di loro, un uomo medio che esegue l’ordine di sterminare il popolo ebraico, uno che trovandosi davanti all’uccisione di un bambino inevitabilmente ci vede i suoi figli, che risponde agli ordini contro ogni sua tendenza naturale, e che col tempo nota l’affievolirsi della sua repulsione verso quei gesti, li sente entrare nella sua routine e per primo si chiede come sia possibile e che significato abbia quell’apatia progressiva per se stesso come essere umano.

Il protagonista de “Le Benevole” invece è un’altra cosa. E’ un omosessuale costretto dal regime nazista a nascondere le sue tendenze che finisce arruolato proprio per evitare di essere denunciato per atti osceni causa l’essersi infrattato in un  bosco con un ragazzino. E’ un giovane colto e brillante con una storia familiare irrisolta, molestato dai preti in collegio dove ha inoltre assistito al suicidio di un suo compagno. E finita la guerra si sposa con una brava donna e dirige sotto falso nome una fabbrica di merletti. Abbastanza lontano dalla mia idea di uomo medio. Ciò che sottilmente [davvero sottilmente, sto andando nell’infinitesimale] mi disturba è lo stile barocco di questa biografia, che costantemente si infiltra nella storia coi suoi lati torbidi, il marcio, il traumatico, andando a creare un percorso di vita talmente gravoso e straziante da in parte giustificare l’atteggiamento nei confronti dello sterminio. Anzi non è nemmeno una questione di giustificazione, è semplicemente una sensazione di approccio alterato che una persona così deve avere rispetto a quello di una persona normale. Quello che intendo dire è che tu come lettore non puoi ignorare le informazioni sconvolgenti che ti vengono date sul protagonista, e nel momento in cui lo senti descrivere le sue sensazioni rispetto a quello che sta facendo, tu le inserisci per forza nello schema traumatico-repressivo del suo percorso di vita, e per questo le senti in qualche modo alterate, influenzate appunto dalla sessualità nascosta, le molestie e tutto il resto. Specifico, non è una reazione che lo scrittore in qualche modo forza, ma viene sempicemente spontanea. O meglio, viene spontanea a me che volevo una cosa precisa da quel libro, e che quindi noto lo scarto fra quello che cercavo e quello che è. Il chè ovviamente non toglie niente al valore del testo, che è illuminante, perfettamente voyeristico, minuzioso e analitico, solo rappresenta una piccola falla nelle mie soggettive aspettative, dovute a quella mia fissazione per l’uomo medio di fronte a cose che lo sovrastano e lo plasmano fino a sfigurarlo in maniera perversa.

Comunque se non vi è chiaro lo ribadisco: quel libro è perfetto. Non badate a me.

Io farò così: affitterò uno scrittore con un contratto a progetto, gli fornirò una bibliografia di base e lo spedirò a documentarsi negli archivi di mezza Europa, così che poi possa tornare e scrivermi il mio libro, storicamente pertinente e minuzioso nelle descrizioni, su un 33enne di Amburgo sposato con una figlia di 4 anni che viene spedito in un ghetto polacco ad uccidere con ordine e disciplina chiunque. Sarà un po’ come avere una colf, solo che si occuperà delle mie esigenze su un altro piano e non mi farà trovare piegati i vestiti che abbandono in giro per l’appartamento. O forse potrei pagarlo per fare entrambe le cose, ma probabilmente non è una grande idea affidare la cura della propria casa a uno che passerà infinite giornate a togliere la muffa da documenti bellci nascosti nei tetri sotterranei della ex-DDR. Peccato, sembrava la quadratura del cerchio comprare uno scrittore e usarlo come factotum.

3 Risposte

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  1. bebo said, on agosto 14, 2009 at 12:13 pm

    Non è tuo padre l’uomo medio-nazi-figlia-moglie-sparaspara-ammazzaammazza, tuo padre chiamerebbe il suo diretto sottoposto alle 2 di notte per sapere se sta tornando in caserma aspettandolo sveglio.

  2. sarah said, on agosto 14, 2009 at 2:50 pm

    Per scoprire poi che è morto congelato mentre tentava di sodomizzare una volpe. Ma infatti non volevo intendere mio padre, voleva essere un random-padre medio. Mio padre è quasi diventato pilota e ha passato un periodo in cui andava in giro con un cappello di pelle degli Iron Maiden. L’hanno rovinato quell’insana propensione al cattolicesimo e la DC.

  3. bebo said, on agosto 14, 2009 at 6:33 pm

    Si lo so, facevo del becero spirito.
    Tuo padre potrebbe intendere AC/DC come Azione Cattolica slash Democrazia Cristiana: power combo!
    Ma pilota di che? Elicotteri? Stasera direi alle 21.45 da te.


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