S/H

I Love you even more, Rotten Desperate and Broken with Nothing left but High-Class Memories.

Posted in Senza categoria by sarah on aprile 18, 2009

Detroit mi fa tenerezza. E’ che la sua ascesa e il suo declino sono così umani…La storia di quella città potrebbe benissimo essere quella della vita di un uomo, dei suoi fastosi anni di successo finiti in disperante solitudine e abbandono, potrebbe essere quella di una bellissima diva degli anni ’40 condannata a celebrare la morte delle sue grinzose frattaglie nell’oblio generale, ci si potrebbero descrivere interi periodi del proprio percorso con Detroit, una sola parola basterebbe a riassumere sfumature complesse di malincoia, delusione e disillusione senza dover mai più approfondire certi discorsi dolorosi riguardo il fallimento e l’inutilità.

Quindi, alla fine, anche se questa volta le fatiscenze architettoniche locali non nescondono suggestive storie personali farcite di gente morta, prigioni umide e fascinazioni mistiche, fa niente, perchè è la città stessa con le sue amarezze sovraesposte a rendere vivo e “suanguigno” il racconto intorno alle macerie. E questa è l’unica cosa che mi interessa.

Loro sono la fu William Livingston House, il Michigan Theater e il United Artists Theatre.

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Dicevamo di Dteroit. La città fondata nel 1701 [che giovani le città americane, fa strano] conosce l’apice della magnificenza a fine ‘800 quando, da già fiorente fucina di imprese e cantieri diventa capitale modiale dell’industria automobilistica, dando i natali alla Ford e all’idea contemporanea di automobile. Ma il business dei trasporti è ben più ampio di così, soprattutto in una zona di laghi e fiumi. E’ infatti l’industria dei trasporti su acqua che interessa Mr. William Livingston, presidente della Michigan Navigation Company e della Percheron Steam Navigation Company, nonchè fondatore della Dime Savings Bank. Un uomo d’affari e di potere insomma, per carità, pure una brava persona stando a quello che ho letto in giro, e al fatto che gli hanno dedicato un faro, ma non immune da quella necessità impellente di esteriorizzare il proprio status tipica di quel tipo umano e – anche di più – di quel momento storico [si, perchè il low-profile spocchioso, l’atteggiamento da dandy milionario-riservato, alla fine sono tutte tendenze fastidiosamente contemporanee; quella ricchezza inconsapevole che un po’ si rifà alle atmosfere annoiate dell’Ancient Regime, e un po’ prende dal neo-decadentismo rock con Jhonny Depp nelle vesti di un post-baudelairiano poeta dell’immagine. Il denaro scompare così dietro esistenze fascinosamente edonistiche, si sublima nella leggerezza della citazione, si fa dimenticare talmente bene che agli occhi dei più questa opulenza sfacciata assume i tratti di un talento artistico. Tutte pretenziosità complesse dei nostri giorni. Vi odio cavolo, a questo punto su le mani per Briatore e per la sua andropausa perizomata che almeno si presta alla persa per il culo perpetua]. E lo status symbol per eccellenza, oggi come allora, come ai tempi di Pietro Il Grande, è la residenza. Livingstone si fa costruire casa a Brush Park, zona di piccoli castelli alto-borghesi di sapore fiabesco affiancati l’un l’altro come villette a schiera. A occuparsi del progetto viene chiamato un giovanissimo Albert Kahn [uno degli architetti che più hanno costruito nella Detroit prebellica] dalla fresca mente stabordante le antiche magnificenze transepocali di recente esaminate nel Vecchio Continente.

Poi ci sono il Michigan Theater, costruito nel 1925, e il United Artists Theater, del 1927. Entrambi monolitici parallelepipedi all’esterno, nascondono interni sfarzosi minuziosamente cesellati per lasciare basito l’animo fragile dell’americano medio, da sempre sensibile ai luccichii epilettici degli intarsi. A vederli così ce li si immagina come  cattedrali profane all’arte dell’intrattenimento, ci si aspetta donne in pose berniniane folgorate dall’emozionanate dialogo fra i ricami ornamentali e le espressioni sfacciate di Clark Gable, lacrime di passione, stati mistici in onore di tanta solida bellezza, sembrano pezzi di Notre Dame trapiantati nella regione dei laghi americana.

Ma Detroit.

Se nella prima metà del XX secolo ancora si mastica progresso e crescita, gli anni ’60 aprono il periodo di sbriciolamento e declino dell’apparentemente solida struttura industriale della città, che in poco tempo si trasforma in un ingrigito ghetto proletario nel quale va inevitabilmente a svanire l’effervescente brulichio di ambizioni progressiste del primo ‘900.

E siccome questo mondo è fatto di sinergie e collegamenti, ovviamente alla perdita di centralità a livello commerciale consegue un certo degrado dell’ambiente ubano nel suo complesso. Gli edifici, anche i più spettacolari subiscono i sali-scendi economici dei loro propietari, attraversano scambi di propietà e riconversioni nel migliore dei casi, e il completo disinteresse nel peggiore. Fanno anche un po’ pena queste eleganti strutture vittoriane abbandonate al loro marcire retrò sotto lo sguardo fiero della nuova Detroit metropolitana costruita verso l’alto…fanno un po’ pena però io le trovo di una bellezza asfissiante.

La William Livingston House, non per niente soprannominata Slumpy, è crollata di tristezza e fatica nel 2007, sotto lo sguardo sadico di una piccola folla sovraeccitata che ne ha commentato la morte con un “Holy Shit!” liberatorio.

[per la cronoca, c’è anche la versione fake con un ragazzino detro alla casa che crolla]

Il Michigan Theater, costruito su quella che a suo tempo fu la prima officina di Henry Ford, dopo essere stato definitivamente chiuso nel 1976, è poi stato in parte demolito, e in parte trasformato in parcheggio. L’effetto è un po’ quello di di una che pulisce il cesso di casa indossando un vestito da sposa di Vera Wang, non so se mi spiego.

Il United Artists è poi forse quello che ha sofferto di più, nato per ospitare proiezioni mondane e premiére [fra cui quella di “Via col Vento”], si è ritrovato, fra cessioni di propietà e ritsrutturazioni in peggio, a proiettare prima blockbuster poi, dalla metà degli anni ’60, film porno per adulti attratti dall’esperienza originale del’orgasmo collettivo. Finalmente chiuso nel 1974 e sostanzialmente abbandonato a se stesso, l’edificio ha passato gli ultimi vent’anni a crollare un po’ qui  un po’ lì, casca letterlmente a pezzi mentre fuori si parla di riutilizzarlo come teatro, o forse anche come night club.

E poi ce ne sarebbero tanti altri di edifici fascinosamente prossimi al collasso in quella città. Io mi ci voglio sposare a Detroit.

Una Risposta

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  1. pikavippi said, on luglio 20, 2013 at 7:58 am

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