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War-Aesthetic meets Hayao Miyazaki

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 13, 2009

Inghilterra, Costa sud-orientale – Del triste Destino neo-karmico di un Rifugio bellico di tutto Rispetto.

Va sempre a finire così coi resti di guerra. Cose, oggetti, forme che un tempo evocavano durezze e disagi fra i più atroci al mondo, col passare degli anni e delle generazioni vedono sfumare la memoria della loro originaria funzione, per trovarsi poi ricontestualizzati in ambienti estranei, nuovi, inadatti; ridicolizzati come giullari di corte gli tocca di star lì a farsi guardare da bocche stupite, pupille interrogatorie e nasi puntuti che nulla sanno se non dell’aria che gli sta intorno.
E’ così che va, nasci per ammazzare la gente e se sopravvivi integro o semi alla masticazione lenta del conflitto, finirai i tuoi giorni su una bancherella di paese a mostrare croste e cicatrici in compagnia di camei ammaccati e riviste porno ingiallite. E questo non è il peggio. Questo è ciò che ti aspetta se sei un oggetto dalle proporzioni minute e dal peso sopportabile, ma se sei appena più grade, se sei, diciamo, un insediamento per soldati e rifornimenti, un luogo in qualche modo atto all’accoglienza, allora sappi che la tua decadenza charmant, il tuo fascino new-gothic, quel nonsocchè di marcescente nel tuo portamento attireranno le peggio combricole di frikkettoni utopisti rifiutati dal mondo civile, aspettati stupri multipli e violenti da parte di umanità varia senza meta nella quale susciterai un’irresistibile attrazione esistenziale. O almeno questa sarà la loro spiegazione.

Ma cerchiamo di essere meno criptici.

Le architetture improbabili mi piacciono moltissimo, anche perchè col tempo ho imparato che le costruzioni schizzondi ospitano sempre storie tragicamente divertenti di squilibrati sociopatici dall’ego sproporzionato.

Detto ciò viene da sè che quando ho trovato per caso un’immagine dei Maunsell Forts mi è venuto naturale cercare un po’ di documentazione e ovviamente, anche questa volta, mi sono imbattuta in una nutrita schiera di ego-masturbati con una consapevolezza del proprio sè alquanto vacillante, e palesi problemi nel rapportarsi col concetto di “concretezza”.

Andiamo con ordine.

Siamo nel 1939 inoltrato, l’Europa è ormai un groviglio di tensioni espansionistiche e conflitti irrisolti che cercano sfogo, la si annusa nell’aria la guerra, tutto sta mutando impercettibilmente ma costantemente, perfino la polvere comincia ad avere quel retrogusto metallico…ormai c’è solo da aspettare settembre. E settembre arriva, gli equilibri crollano come un domino, dichiarazioni, invasioni e chiamate alle armi diventano routine, e nel brullichio dei preparativi bellici inglesi si fa pacatamente strada un ingegnere di mentalità particolarmente adatta alle contingenze, Mr. Guy Maunsell.
In tempi difficili si sa’ che quel che è disgrazia per i più può diventare fortuna per altri, Mr. Maunsell infatti si trova particolarmente a proprio agio nella tetra atmosfera dei primi anni ’40, sempre più richiesto dall’Ammiragliato inglese, l’ingegnere lavora prima al Sea Fort, una costruzione da 4500 tonnellate piazzata all’estuario del Tamigi per difenderlo dagli attacchi tedeschi, e pochi mesi dopo, a completamento dell’opera di difesa di questa via fondamentale per il commercio marittimo britannico, progetta una struttura composta da sette forti comunicanti, utili sia come protezione dall’aereonautica nazista che come luogo di stoccaggio armi. Ovvero gli Army Forts, grottesche pseudopalafitte d’acciaio dalla disposizione vagamente mistica. Questi:

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E finchè è andata avanti la guerra tutto bene.
Gli anni brutti per gli Army Forts sono cominciati nel 1950. Gli scatolotti in mezzo al mare, ormai ufficialmente esaurita la loro funzione, sembravano sempre in mezzo ai testicoli di qualcuno. Nel 1953 ci si schianta contro una nave norvegese, poi ci sono stati un po’ di tentativi di “ristrutturazione” finiti nel nulla, e di nuovo altre sfortunate collisioni con bastimenti scandinavi, sai com’è, i mari nordici, la nebbia, il vento…

Vita per niente tranquilla quindi, e finiti gli anni ’50 con il loro seguito di incontri/scontri, subito il sudaticcio vento di libertà e rivoluzione degli anni ’60 comincia a infilarsi anche fra le arrugginite lamiere dei forti, che d’un tratto diventano la location ideale per fatui progetti anarchico-culturali. Sì, perchè gli Army Forts, con la loro fortunata posizione appena al difuori dal confine ufficiale delle acque costiere britanniche, aprono tutta una serie di possibilità di riutilizzo che lascia stare. Tipo avere le Kayman a due isolati di distanza. Tipo, cioè meno, però tipo. Nel ’64 gli scatolotti cominciano ad essere occupati da intraprendenti vari che mettono su la loro personale radio pirata, nei tre anni successivi nascono così fertili microcosmi frick tipo Radio Sutch, Radio Invicta, Radio Tower e Radio Essex, ma come insegnano la storia, “Il Signore delle Mosche”, e la civiltà in genere, l’essere umano non è in grado di gestire la libertà, la non-regolamentazione lo mette in uno stato di disorientamento euforico, condizione ideale per la proliferazione di un’istintualità aggressiva di stampo infantile che lo porta inevitabilmente a fare pasticci. E infatti nel ’67, in una disputa per la proprietà di Radio City (ex Radio Sutch), ci scappa il morto, al chè il Governo britannico approva una serie di leggi contro le emittenti pirata e il giochino finisce per tutti.

Ma torniamo a Radio Essex. L’emittente fondata da Roy Bates in realtà non si trovava su uno degli Army Forts, ma sul Sea Fort, quello commissionato a Maunsell prima dei sette forti per la difesa aerea. Finita l’avventura radiofonica, a Mr. Bates, evidentemente affezionato alla sua piattaforma su pilastri di cemento, viene la brillante idea di nobilitare il forte fondandovi uno stato, il Principato di Sealand, tuttora presente e legislativamente controverso. Roba seria, con tutto di moneta, Costituzione, bandiera e inno nazionale composto sulla pianola Casio di vostro cugino. Ora, non che nessuno Stato “vero” riconosca lo statuto di Sealand, ma negli anni ’70 sono successe un po’ di cose che, al dilà delle dichiarazioni ufficiali, hanno in qualche modo – de facto – confermato la sua esistenza…
Nel ’78, mentre Beats padre era in giro per il Regno Unito, degli “uomini” tedeschi e olandesi sotto la guida dell’Avv. Alexander G. Achenbach, Primo Ministro di Sealand, hanno rapito Beats figlio con l’obiettivo di occupare il forte. Beats padre a quel punto è andato a riprendersi terra e prole col suo esercito mignon di psicoschizzati autolesionisti, recuperato il tutto ha poi fatto mettere dietro le sbarre Achenbach per tradimento al Principato, e si è tenuto gli altri invasori come prigionieri di guerra. Il Governo tedesco e il Governo olandese hanno quindi avviato delle trattative col Governo inglese per la liberazione dei protagonisti di questo Real-Life-Risiko, ma da Downing Street è stata declinata ogni responsabilità, in quanto il forte è fuori dalla giurisdizione britannica – e già questo costituirebbe un riconoscimento de facto di Sealand da parte del Regno Unito. La Germania ha dovuto quindi mandare un ambasciatore al Principato per negoziare direttamente la liberazione di Achenbach. E di nuovo, il gesto può considerarsi – de facto – un riconoscimento dello statuto di Sealand. Tutti negano però. Ma Sealand se ne fotte, e nel 2010 forse ci fanno anche un film.

Ma torniamo agli Army Forts, saltiamo a piè pari gli anni ’80 e ’90 – riassumibili con “ruggine” – e arriviamo diretti ai giorni nostri.

Siamo nel 2005, e da qualche parte nel Regno Unito un uomo sta avendo un’idea. E’ Stephen Turner – introspettivo artista e scrittore – da tempo legato ai temi della solitudine e della libertà, e quale miglior modo per investigare questi enigmatici aspetti dell’esistenza se non attraverso l’isolamento. Indovinate dove.

Turner, dopo una vita passata a cercare risposte a questioni universali attraverso l’interazione performativa con fango e conchiglie, si fa impacchettare un po’ di mutande e di calzini dalla moglie, carica il tutto su un canotto motorizzato e comincia la sua avventura su palafitta.

Ora, non vi tedierò con la cronaca di sei settimane passate a guardar le nuvole passare e la polvere accumularsi, anche perchè Stephen si curò a suo tempo di aprire un blog atto a documentare con grande pathos le sue giornate nell’umida foschia nordica. Comunque, per voi pigri che non avrete mai voglia di dedicare un po’ del vostro tempo all’esperienza di un introspettivo artista e scrittore inglese, riassumerò io brevemente le principali attività da lui svolte nel forte che lo ospitava. Dal punto di vista intellettuale, direi che le occupazioni principali di Turner giravano attorno al “cercare nuovi ed evocativi espedienti per esprimere malinconia” e il “cercare nuovi ed evocativi espedienti per evocare una riflessione intimistica sull’esistenza dell’uomo”. Tutto questo lavoro evocativo veniva portato avanti su più livelli, e con diverse tecniche: masturbandosi – mentalmente – sulle macchie di umidità, masturbandosi -fisicamente- sulle macchie di ruggine, accumulando cose morte di persone morte, fotografando la nebbia, ecc…Pare anche che Turner fosse stato segretamente ingaggiato da Brad Anderson per trovare spunti per il suo nuovo film, e che sia poi stato scaricato dal regista dopo una strana mail arrivata per sbaglio a lui ma originariamente diretta a Takashi Shimizu…notizie di sottobosco comunque, nessuno conferma. No, dai, scherzavo.

Viene poi da domandarsi cosa è nato da questo lungo progetto di contatto intimo col proprio io. Insomma, ok il libro con tutte le foto e con la descrizione nel dettaglio di come una muffa prolifera su un reperto cartaceo del ’45, ma insomma, tu sei un artista…cioè il tuo lavoro dovrebbe consistere in una certa reinterpretazione, anche multimediale – nel senso più letterale del termine – della tua esperienza…cazzo ne so, metti su un ammasso di lamiera acqua e licheni e dì che hai sintetizzato la vita del forte, fai un video tutto sempre grigiastro con ogni tanto delle luminosità di colori tenui che sarebbero gli impulsi energetici dell’ambiente, crea un’installazione coi resti delle persone passate dai forti nel corso degli anni, in modo da ricostruirne un po’ il percorso, fai una stronzata a caso a inventati qualcosa da dire…Ma Mr. Turner è decisamente più furbo di me…già, perchè lui di fare anche ‘sta roba proprio non ne aveva voglia. Insomma, si era già tutto perso nei meandri del suo spirito, nelle rughe del suo animo, nelle piaghe del suo subconscio, ci aveva già messo del suo, era spossato, stanco, proprio sfinito, non ce la faceva veramente più…e quindi ci voleva un modo per scaricare il progetto su qualcun altro…idea! Ragazzini delle medie! Già, chi meglio di un undicenne può portare avanti la riflessione esistenzialista sui vagamente complessi temi della solitudine e dello scorrere del tempo?! E via di workshop e collaborazioni epistolari con preadolescenti. Quindi, se volete sapere di più su il rapporto fra l’individuo e il suo Io, chiedete alla Whitstable Junior School, che loro queste cose le sanno.

Per quanto riguarda il futuro degli Army Forts, non si sa bene, forse ne demoliscono alcuni, e ristrutturano quelli messi meglio per farci un museo di guerra…qua e là si parla pure di location per eventi particolari, matrimoni anche, nuove e fatiscenti frontiere per il concetto di “pacchiano”…ma chissà, comunque figata.

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