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Alla Tate Gallery in Scena Lo Sgabuzzino dell’Artista Contemporaneo di un certo Spssore. [all’incirca così: (——–) più o meno…]

Posted in Senza categoria by sarah on ottobre 14, 2008

[Fingete Interesse. Grazie.]

Una fra le tante cose che mi infastidiscono dell’arte contemporanea, e che non mi permettono di considerarla nient’altro che un piacevole giochino per la stimolazione cerebrale di individui abbastanza benestanti da avere spazio mentale da didicare al senso della riflessione sul non-senso della ricerca di senso nell’arte se non all’interno della riflessione sull’arte stessa – o per essere brevi Joseph Kosuth -, dicevo, una delle cose che non mi permettono di considerare l’arte contemporanea altro che un gingillo per gente come me, è il fatto che le opere di un artista già abbastanza inserito nel mondo Spocchia&Pretenziosità dell’arte non vengono MAI e in NESSUN MODO messe in discussione.

Insomma, in tutte le professioni è previsto il controllo e il giudizio sul lavoro delle persone, anche quelle brave, anche il più bravo di tutti se a un certo punto scazza dovrà subirne le conseguenze. Questo succede perchè nel mondo reale il lavoro di un “essere-umano-medio-che-chiameremo-Carlo” viene prima supervisionato da persone più competenti di Carlo, e poi utilizzato da altri esseri umani con cui Carlo in linea di massima non ha nessun contatto, e che quindi daranno un giudizio su di esso derivante esclusivamente dalla sua efficacia, non da fattori tipo “il perfetto lavoro svolto da Carlo nel 1999”.

Per esempio: se un redattore di uno dei maggiori quotidiani nazionali usa una foto da giorni accreditata come fake, ad emblema del bislacco fondamentalismo neo-con della candidata alla vice-presidenza degli Stati Uniti, esso sarà sottoposto al controllo di un suo superiore che gli impedirà di pubblicare l’articolo e gli imporrà di appiccicarsi alla fronte un post-it con scritto “pirla”.

oh. Cambiamo esempio:

Se a me vengono commissionate le illustrazione per un libro per l’infanzia, e io disegno un trattore che passa sopra a 5 bambini orfani facendo schizzare le loro frattaglie sui corpicini scarni dei loro fratellini obbligati a guardare con la Ludwig, il mio editore eviterà di farmi pubblicare il lavoro, e probabilmente anche di farmi avere contatti con la sua famiglia.

Nel mondo dell’arte questo semplice meccanismo di controllo non esiste, l’opera di un artista è sottoposta a un ingiustificato processo di autolegittimazione derivante da tutte le stronzate che il suddetto artista ci costruisce attorno. Più l’artista è convincente nell’infilare stronzate una dietro l’altra, più critici e galleristi saranno disponibili a tenergli il culo al caldo. Per carità, ci vuole un’enorme preparazione per fare una cosa così, le fondamenta della ricerca artistica contemporanea – come del sentimento di superiorità da essa derivante – sono infatti la cultura e la conoscenza teorica nel senso più ampio che potete immaginare, l’ignoranza non è assolutamente ammessa, anzi è il primo strumento di sottomissione usato in questo ambiente, ma questa a dire il vero è una cosa buona e giusta.

Ovviamente le opere entrano in contatto con una variegata massa umana che formula dei giudizi in merito, ma ciò risulta assolutamente irrilevante in quanto “l’arte è troppo colta e complessa per il popolo, che da un lato non è disposto a dedicarle il tempo necessario per comprenderla, e dall’altro difficilmente disporrà degli strumenti per farlo, quindi ha SEMPRE torto”.

A questo punto è utile capire di che cosa sto parlando. L’installazione di Dominique Gonzalez-Foerster alla Tate. Questa:

Ora, io ho un’opinione in merito che non è esattamente positiva. Però non importa, anche perchè a me piace avere uno sguardo su quel mondo lì sempre tendente al “E questo ammasso qui con quale copia-incolla linguistico-socio-filosofico me lo giustifichi?”. Ma è divertente vedere come un lavoro sinceramente poco interessante dal lato della ricerca artistica, come dal lato della riflessione sul luogo che lo ospita [due punti che la Dominique dice basilari nella sua opera], sia senza se e senza ma giustificato dalla sola spiegazione che la creatrice ne da. Capito? Cioè, in quel mondo se una cosa ti è stata commissionata verrà esposta, indipendentemente dal giudizio di chiunque, perchè non ci potrà mai essere una parola definitiva su quello che hai fatto, anche se è palesemente poco significativo. Perchè è arte.

Non so se sto dicendo che è giusto o no, davvero non ne ho idea. Probabilmente è nell’ordine delle cose e va semplicemente bene così, tutto considerato.

Vengono comunque messi in scena fugaci teatrini in cui si chiede l’opinione ai visitatori, così da poter infilare a caso un po’ di “uomo medio” che ci sta sempre bene, ma utilizzando piccoli trucchi atti a dimostrare la loro inferiorità culturale e conseguente non comprensione. Prendiamo queste mini-interviste:

“Members of the public took a different view. “What a load of rubbish,” said Nathan Wilson, a physiotherapist from London. “What am I doing working for a living?” joked Brian Rice, an accountant.”

” Nor was Ewan Fergusson, a retired diplomat, any more impressed. “I would rather look at Henry Moore’s shelter drawings,” he said. His wife, Sara, mocked the “slightly tiresome notice” that explained the work to bemused visitors.”

Ecco, in tutti questi casi al posto della professione potete tranquillamente leggere “motivo per cui in realtà questo individuo non è in grado di comprendere l’opera, ed è quindi totalmente irrilevante.”

Va bene così ovviamente, d’altronde l’installazione un suo senso ce l’ha, se avessi un figlio di 8 anni per esempio, ce lo porterei con un approccio tipo Italia in miniatura, per spiegargli più realisticamente certe cose del mondo:

“- mamma, che cos’è quel ragnone?

– oh, è la riproduzione di un’opera di Louise Bourgeois tesoro, un’artista molto famosa che staccava metaforicamente i pisellini degli uomini e li metteva un po’ qui e un po’ lì, a volte li appendeva, a volte li ammassava…a seconda…”

“- mamma, mamma, e quelle figure tenute insieme da dei fili?

– oh, tesoro, quella è solo la parte meno interessante del lavoro di Nauman che la signorina potesse citare!”

“- e mamma, dimmi, questi libri?

– caro, queste sono tutte cose che leggerai da grande per darti un tono e imporre la tua superiorità sul prossimo. Te l’ha insegnato mamma no, che se sai più cose hai diritto di guardare gli altri bambini con sufficienza? Fai lo sguardo di sufficienza a mamma…”

7 Risposte

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  1. bebo said, on ottobre 15, 2008 at 5:09 pm

    L’autoaffermazione nel mondo dell’art grazie al veicolo dell’arte contemporanea è un ottimo esempio di monetizzazione della propria arte. Molto spesso monetizzare la propria arte può voler dire fare schifo ma nascondersi dietro ad un dito, peraltro molto piccolo ma molto solido, per cui io sono io e voi non siete un cazzo.
    E quasi tutti sono contenti di questo andazzo. Come prima l’onda lunga dei truzzi, il rifluusso indie per chiudere con l’hyperprism hipster, un mondo così plissettato che nemmeno un machete basterebbe. Da 50 anni ci teniamo stretta l’arte contemporanea.
    Il problema è “cazzo, io amo far questa cosa, e la mia secondo me spacca e dovrei monetizzarla”. No gain no pain diceva quello che diceva di star tranquillo, ma nessuno impone che uno debba sostenersi con l’arte seppur meravigliosa che essa sia. Se nessuno ti si incula è inutile mettersi lì a congetturare merda su merda sperando che un’idiota alla Tate ti metta in mostra. Perchè il tempo che hai perso a congetturare della merda potevi spenderlo cercando di lavorare dentro a qualcosa che puoi amare senza negarti il lusso di continuare a fare arte nel migliore dei tuoi modi possibili, assurgendo a genio induscusso senza aver disperso un biricilo di dignità a spasso per la City.
    A casa mia lo si è sempre chiamato “spaccarsi il culo”, pare però che di ‘sti tempi si debba chiarire ancora per bene il concetto. Il 2008 è un anno così strano.
    In parole più povere, l’ha scritto oggi Seth Godin (una valida alternativa a Dio):
    http://sethgodin.typepad.com/seths_blog/2008/10/maybe-you-cant.html

  2. sarah said, on ottobre 15, 2008 at 6:17 pm

    In realtà tutto ciò è talmente relativo che mi spaventa. Mi spaventa da morire, come mi ha sempre spaventato e fatto sentire molto in colpa l’idea di fare nella vita qualcosa che amo.
    Poi secondo me quando si parla di queste cose andrebbe tenuta sempre a mente una differenza che un po’ aiuta a non incasinare: fare l’artista e fare un lavoro “creativo” sono cose diverse, entrambi hanno a che fare con un mercato, ma il valore di qualcosa nel mercato dell’arte è molto più fluido e arbitrario.
    Poi è ovvio che si sovrappongono, ma quando si parla di arte concettuale e miscugli di questo genere sei proprio su un altro pianeta. Cioè, l’articolo di Seth Godin tocca il tema fino a un certo punto. Oltre quel punto c’è George Maciunas.
    L’arte contemporanea dei movimenti ovviamente non è giudicabile con la categoria bello/brutto, non è una questione di feedback popolare, il punto è quasi sempre una riflessione su qualcosa, con una base teorica veramente impressionante, e ovviamente non importa cosa ne pensa il signor Rossi. La cosa fastidiosa è che essendo arte pare che questa riflessione sia sempre portata avanti nel modo giusto e sia comunque degna di essere esposta. Cosa che così non è. Per esempio secondo me il pippone della gonzalez-foester a giustificazione di quella merda non si regge in piedi neanche un po’. Te lo smonterei anche punto per punto, perchè si presta, ma poi divento prolissa e noiosa.
    E comunque ci vuole anche il coraggio di scegliere ciò che si ama con forza a un certo punto, perchè a volte semplicemente non basta “tenerlo lì”. Quelli che non hanno fatto quella scelta sono tutti i mediocri presuntuosi col sangue acido di cui non hai mai sentito parlare.

  3. bebo said, on ottobre 15, 2008 at 8:02 pm

    Ok su tutto tranne sulle ultime tre righe e spiccioli.
    Nessuno ti vieta però di insegnare arte\vendere tempere\programmare software per l’editing avendo il tempo di fare la tua arte e propagandarla quando ritieni giusto. Non sentendo l’enorme peso che è un vincolo economico con l’arte, quello che Godin chiarisce bene parlando di “pagare le bollette con la propria arte”. Ecco questo secondo me, con la facilità di esposizione (in senso lato e non galleristico) odierna, ha assunto un aspetto parossistico per cui ognuno ipoteticamente può sbarcare il lunario proponendo la propria merda (a volte merda eccelsa per carità, ma il restante 99% è travaso di bile) e convincersi che se non riesce a fottersi il mondo con le sue opere è un fallito. Mentre essere artisti, qualsiasi cosa significhi, non è sinonimo di essere famosi e non è un diritto dovuto sostenersi con il proprio operato. È molto triste? Secondo me no, perchè per sostenersi spessissimo ci vuole un “vasto consenso”, e il vasto consenso ce lo si ottiene sapendo valutare bene i tempi ed i modi (nascere Picasso a volte aiuta, ma parliamo di casi singoli).
    Io tengo lì un sacco di cose, poi magari ti linko una roba di domenica mattina e uno si insospettisce dove no nsi sarebbe mai insospettito.

    Lo sgabuzzino dell’artista contemporaneo, per contrappasso, è riordinato dalla schiava negra con le labbra grosse?

  4. bebo said, on ottobre 15, 2008 at 8:03 pm

    Madonna che palle, ma non si potrebbe parlare un po’ di figa seria?

  5. sarah said, on ottobre 15, 2008 at 9:14 pm

    Ogni artista di un certo spessore ha una schiava negra, ça va sans serif [..la battuta più brutta della mia vita, mi sarà tornata la febbre, a proposito, ho delle gocce per la tosse che si chiamano Levo Strauss, quasi come il linguista francese che si chiama come i Jeans americani! lo so, è meno fico di quanto penso…]
    Bebo, non so, se parliamo di arte, sì, è un casino viverci, se parliamo di ceratività in realtà no, sono lavori come gli altri, in cui ti vengono richieste cose e non è che puoi fare sempre come ti pare, e ci sono quelli che si fanno un nome e quelli che no ma lavorano lo stesso…
    Cioè, se tu parli della gente su deviant art e flickr, in genere sono creativi, non artisti, insomma si adeguano anche loro per guadagnarsi da vivere, non fanno quel che gli pare.
    Poi si, le definizioni si fondono, è tutto un casino e non ci si capisce più niente…e ci sono le ragazzine che si fotografano le tette con estrema intensità e pensano che l’enorme seguito del loro album sia dovuto alle loro capacità artistiche, vabbè, ci siamo abituati ormai, conosciamo Zalia!
    Poi la merda è relativa, secondo me la mia coinquilina fa della roba immonda che non riesco nemmeno a guardare, però so che anche quel genere lì [writing scrauso] un suo mercato ce l’ha, e il suo gusto è quello…che ci posso fare più che parlarne male con Stefano?
    La verità è che nell’arte come in qualsiasi altra professione di questo mondo anche gli incompetenti trovano di che vivere, altrimenti il mondo sarebbe una figata e le Segreterie Amministrative non esisterebbero.
    A me comunque piace pensare che il talento non esista, che conti solo il culo che ti fai e quanto sangue sei disposto a sputarci su qualcosa. So che non è così, ma ho deciso di pensarla così perchè mi sembra molto più proficuo.

  6. sarah said, on ottobre 15, 2008 at 9:16 pm

    Oggi volevo scaricare Wall-e e mi sono ritrovata un porno francese degli anni ’60…va meglio?

  7. Bobbyboy said, on novembre 28, 2008 at 1:38 pm

    Degli anni ’60 è un po’ retrò… ma sempre meglio che niente…


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