S/H

Caos tanto – Calma, ad esser sinceri, pochina.

Posted in Senza categoria by sarah on febbraio 21, 2008

Oggi, siccome che non c’è voglia nell’aria, facciamo il punto.

Caos Calmo

com’è che tutti stavano a raccontarmi del sesso-selvaggio-argh fra i due attori meno selvaggi-argh del cinema italiano, e NESSUNO mi aveva detto che nella colonna sonora ci sono i Radiohead e gli Stars? E’ perchè non volevate togliermi lo stupore felice di sentire your ex-lover is dead all’improvviso, vero? e avete fatto bene, sono ancora qui che canticchio e faccio ciondolare la testa.

Esperienza – Caos Calmo: come mi piace la fascia oraria che parte dalle 15.30. Non ero mai stata al cinema così presto, a Bologna si può al massimo sperare di andare allo spettacolo delle 17.30 del Lumière, che però è un cinema d’essai, e difficilmente da film di ultima uscita. Mentre a Milano, al Colosseo dietro scuola, si proietta dalle 15.30 alle 22.30, così ho avuto modo di approfondire l’interessante tematica dell’età-spettatore in relazione all’orario-proiezione, giungendo all’illuminante conclusione che la prima è inversamente proporzionale alla seconda. Oggi, per dire, alle 15.30 in sala c’eravamo io e Giada (2 persone) per la fascia 18-25, 0 persone per le fascie 26-40 e 41-55, e circa 25 persone per la fascia dai 56 in su (da tenere presente che la stragrande maggioranza i 56 li superava di quel po’). Inoltre all’incirca il 90 % della platea era di sesso femminile (e infatti il bagno degli uomini era tutto lucido-immacolato-splendente da rimanerci le ore a specchiarsi sul porta-carta igienica). E io in quell’atmosfera un po’ Pennac mi ci trovo proprio bene, anche perchè dopo una girnata dentro allo IED di biondone svedesi e strafighi coi ray-ban ne ho proprio le balle piene…bisogna farci attenzione all’effetto-risucchio di quel posto…

Giuliano Ferrara la deve smettere di crearmi problemi.

Ora, ci sono cose, dibattiti, opinioni, che uno segue e giudica dall’esterno, oggettivamente, appassionandosi con razionale distacco [che forse è un ossimoro, ma va bè]. Ecco, questo non è il caso. Qui è tutto estremamene personale, si sta andando a ravanare nella roba mia e mia soltanto, non mia come donna, come cittadina, come non-credente, mia come Sarah Mazzetti, nata a Bologna il 28 maggio del 1985, figlia di Claudio e amante dei gatti. E’ come quando la tipa col SUV ti parcheggia davanti al garage, come quando uno stronzo qualsiasi ti tampina alle 2.30 della notte mentre torni a casa, come quando uno esce dal mucchio informe per infilarsi nella tua vita senza chiedre niente, procurandoti sempre e solo fastidi. Questo è. E siccome io Giuliano Ferrara non lo conosco, neanche l’ho mai visto di persona, e mai mi ha chiesto se poteva entrare e apportare modifiche alla mia sfera privata, non mi pare proprio che abbia il diritto di procurarmi tutte queste ansie e queste apprensioni. Proprio no. E mi sono veramente rotta di sopportare, se anche domani mattina la sua maledetta mega-auto mi impedisce di uscire dal mio garage, giuro che chiamo il carro attrezzi.

Riassumendo: Sony BRAVIA color/movement/spin*.

*[nota bene: citazione affettuosa].

Siccome dobbiamo tutti prostrarci alla meravigliosità degli spot per gli LCD Sony, e siccome forse voi non avete seguito la loro mirabolante evoluzione, vi faccio io il punto:

1 – credo 2005 – Bouncy Balls:

Quello delle palline che rimbalzano per San Francisco. E la ranocchia anche.

2 – 2006? – Paint

Quello dell’orchestra colorata sui palazzi

3 – 2007 – Play Doh Bunnies

L’ultimo, la meraviglia delle meraviglie, invasione stop-motion di conigli a New York.

E poi vi guardate anche il sito europeo della Sony, che è divertente, poliedrico e interessante:

[ma davvero dico. Cioè, nel XVII secolo le carote erano viola.]

Work in progress:

una storia illustrata con le mani mie e l’occhio di Terry Gilliam. le prime due illustrazioni – ovvero 2 di 24 –

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Ed è tutto. Ah, no, Amen dei Baustelle è vero che ha il suo perchè, che, insomma, è un bel disco; è anche vero che i Baustelle rimangono sempre molto simili a se stessi, e forse va bene così visto che sono totalmente diversi da tutto il resto, proprio tutto. Va bene così, però ogni tanto “alla vostra grazia nello scrivere versi senza forza” mi vien voglia di “scatarrarci su”. Colpa mia, ovvio [è come quando mi rompo le palle di vedere bella gente, della grafica moderna, delle fotografie di forme morbide…ah, si, guarda, sono una ragazza complicata – rompo le cose – piango – non mi strucco mai gli occhi. Il mio ex si è suicidato e mia madre prende il Prozac.]. Alfredo comunque mi risveglia l’amaro in bocca di quando ne ho sentito parlare per la prima volta, di quella vicenda. Ci rimasi di ghiaccio, con le lacrime agli occhi [ci tengo a specificarlo: le lacrime agli occhi erano per quel bambino morto lentamente, al buio, in un cazzo di pozzo, non per (quella che alcuni definiscono) la voracità spietata della televisione, o per le strumentalizzazioni e via dicendo. Ci tengo a dirlo perchè allora non era come adesso, il mezzo non era ancora spietato, proprio per niente, e quando si parla di quei fatti, quando si vogliono analizzare e magari creare un collegamento con quello che è il comportamento dei media adesso, bisogna farlo tenendo ben presente la “politica” della televisione di allora e facendo le giuste distinzioni di fondo. Mica per giustificare niente, semplicemente per vedere le cose dalla giusta prospettiva, che, ripeto, non è quella di oggi.].

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Helter Skelter in a Summer Swelter

Posted in Senza categoria by sarah on febbraio 1, 2008

Vorrei tanto mi fosse successo qualcosa di pubblicabile helter skelter in a summer swelter.E’ da un pezzo che ci penso – vorrei proprio fare un post che si chiama “helter skelter in a summer swelter” –

Mi piacerebbe anche chiamare un post “the revolution will not be televised”…ma helterskelterinasummerswelter di più.

Cose comuni improvvisamente accadutami nell’afa estiva.

Si fa una certa fatica. Ad affrontare certe cose. A volte.

E’ che ingigantisci…poi lo vedi no…non c’è niente di tragico…mai.

Improvvisamente un giorno d’estate caddi dai tacchi dei miei stivali viola…

– Non funziona. in estate non si portano gli stivali.

Giusto.

Improvvisamente, quell’afosissimo mercoledì del 1984…

– Che non eri neanche nata, ma dai, ma per favore…

Improvvisamente, dicevo, mi ritrovai in una stradina a poche centinaia di metri da Oxford street, e rimasi sbalordita dal silenzio buio che si era ritagliato il suo spazio proprio al centro d’Europa. Mai lo avrei detto, che fosse il posto adatto per il silenzio. Ma insomma, a quanto pare lo era. Quindi io ero al centro silenzioso del continente e un’unica domanda potevo concepire: quanto sarebbe durato lo spazio-silenzio? quanto era riuscito a rosicchiare dal cicaleccio notturno? per quanto tempo sarei riuscita a rimanere fuori [al centro di Londra regnava il fuori dal mondo, un non-luogo perfetto ritrovabile uguale-identico in ogni luogo ]?

Ora stavamo giocando.

Io e lui.

Il gioco era rimanere nel silenzio buio. Continuare sempre a camminare, ma rimanendo sempre nel silenzio buio. Se appena appena un luccichino lontano mi spagliuzzava nelle pupille, se appena appena uno scricchiolio mi strusciava il timpano, se appena appena io perdevo.

Dovevo rimanerci sommersa, senza tornare mai in Europa.

Quindi io ero lì che camminavo in quel reticolo di strade senza paese, c’ero io e c’era la luce notturna, e io andavo a caso – facevo qualche rettilineo, poi giravo e rigiravo, poi tiravo ancora dritto finchè non mi veniva paura di trovare una luce, o qualcosa del genere, e allora tornavo indietro.

Inizialmente giocavo di difesa, in uno spazio di certo più angusto di quanto pensassi, facevo giretti più o meno concentrici, battendo sempre sullo stesso asfalto; poi pian-piano mi sono allargata, ho provato con qualche timore a camminare dritto e ad allargare il mio spazio possibile, quello sicuro, nel quale sapevo di non perdere.

Camminavo e camminavo, senza pensare, col solo timore di raggiungere il limite…per molto tempo fu così, giocavo per non perdere, senza pormi nessun problema, proprio nessuno, vivendo con l’ansia di non perdere.

E quando si capovolse fu tutto d’un fiato mi entrò in mente il ragionamento e un altro e altro ancora e tutt’ad un tratto le paure furono opposte d’un tratto e giuro su dio veramente tutto in una volta pensai:

ma quando finirà questo gioco?

ma qual’è la vittoria in questo gioco?

ma chi mi ha invitato in questo gioco?

ma sono senza un cmpagno?

ma finirà mai?

ma dove sono?

ma esiste ancora Londra?

e se ora io provassi a cercarla, Londra, e non la trovassi?

se non trovassi mai più nulla?

che potrei fare?

quant’è che cammino senza pensare?

che strada devo prendere?

non ritroverò mai il percorso che mi ha portata fin qui.

Provai una nuova fortissima paura, molto più intensa del timore di perdere al gioco, molto più vera. Mi venne da piangere, singhiozzai ma smisi subito. Capii che piangere è inutile se nessuno ti ascolta. Capii che nulla aveva più senso in quel non-luogo in quel non-tempo. E mi resi conto che ogni cosa io sapevo, ogni cosa potessi provare, non aveva più dignità. I miei comportamenti erano degni di esistere solo in un mondo di persone dal comportamento simile, che decifrassero ogni mia azione e la ripetessero a loro volta, con l’unico imprescindibile obbiettivo di capirsi. Codifica-decodifica / codifica-decodifica. Questo era il senso della vita, e ora non c’era più. Fossi in un universo nuovo, pensai, potrei imparare a codificare diversamente per farmi capire, ma qui, nel nulla, non potevo fare assolutamente niente.

Mi fermai per il terrore di continuare e non trovare niente. Scoprire di non essere più in grado di fare ritorno. Ritrovarmi intrappolata, con la totale consapevolezza di esserlo.

Ripresi a camminare dopo molto tempo, andai sempre dritto. Dopo pochi minuti il brullichio cittadino si risvegliò in toni crescenti ai quali andavo incontro, mi travolsero le luci rosa della mattina, e fui di fronte allo spettacolo del fiume umano nel centro d’Europa. Mi ci infilai con la felicità serena di un bambino spaesato che ritrova il volto della madre.