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Into the Night we Shine…

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 26, 2007

(Si lo so, è lungo, è un racconto, non c’avete voglia…però se lo leggete tutto alla fine c’è una bella sorpresa…giuro!)

La nottata era di quelle profonde dei paesi rocciosi a pochi chilometri dal mare, era di quelle che per le strade si accendono di un arancio polveroso che colora i sassi e le case, per poi sperdersi verso l’alto in un nero scurissimo, miliardi di volte forato da stelline appuntite.

Nella piazza le voci si raccoglievano a grappoli e raccontavano storie alle luci dei lampioni che illuminavano  l’odore dolciastro di oli e sabbia, mescolato al calore caotico e allegro sulle spalle scoperte. Le carnagioni arrossate di quegli omini rumorosi rivelavano l’aver patito tutte le stesse calure, su di esse gioielli preziosi e denti bianchissimi risaltavano all’unisono d’un entusiasmo quanto mai vivo; si sarebbe detto che parlassero e ridessero proprio tutti con tutti scambiandosi battute sempre divertenti…Si sarebbe potuto immaginare la piazza diventare un’enorme sala da ballo, stracolma di uomini, bimbe, signore, ragazzini, donnone ed eunuchi attorcigliati in un valzer un po’ brillo e confuso; e ancora si sarebbe potuto immaginare il ballo diventare un banchetto immenso di satiri lussuriosi e dei opulenti impegnati a riempirsi le fauci di carni unte e pregiate, accompagnate da elisir dolcissimi al sangue di giovani innamorati; e infine il banchetto lo si sarebbe potuto veder trasformarsi in un’orgia distorta di corpi malformi, creature mitiche e sogni morbosi sciolti in una plaga tetra e sanguigna…Si sarebbero potute immaginare cose così in quella piazza d’una notte estiva.

Persone e scintillii brulicavano come insettini agitati, formando grovigli di passi scanditi dal battibecco disarmonico di tacchi e ciabatte. Fra quei percorsi intorcicati in una trama scomposta, a un certo punto, da una strada stretta, comparve una donna, una donna slanciata dalla camminata serena, che senza pensieri assillanti proseguiva sulla diagonale della piazza come su un filo invisibile. La donna era una di quelle senza tratti salienti, aveva un viso gentile, un po’ vago, che si confondeva nella folla senza lasciar mai trasparire nessun turbamento, era una fra tante col corpo caldo di sole e qualche grano di sabbia fra i capelli e sotto la pianta dei piedi, era una donna di passaggio fatta per essere dimenticata al primo cambio di vento. Questa donna camminava senza prestare attenzione a niente e a nessuno, vagava a mezz’aria fra un pensiero ed un’altro, fra uno sguardo e un sorriso, fra i giochi dei bimbi e il suono stridulo di chitarre e biciclette, proseguiva incosciente e – appena appena – percepiva il cambiare sottile di qualcosa a lei molto vicino…

Inizialmente era qualcosa di davvero impercettibile, solo una timida vampata di calore sulle spalle scoperte, solo un odore un poco più forte, solo una luce un po’ troppo abbagliante…Era come dev’essere quando agli angeli nascono le ali, un chiarore improvviso dietro la schiena e l’espandersi cieco di un miracolo splendido…Era come un’aurora veloce dopo mille anni di buio, era prima tiepida, poi avvolgente, e poi ancora palpitante, e infine diventava uno strazio violento, un bruciore tormentoso a fior di pelle capace di pietrificare i muscoli, gli arti e la mente.

Dal corpo le uscivano fiamme. E mentre dal corpo le uscivano fiamme, nello stomaco scivolavano densi la paura nera di quel dolore affamato e la necessità opprimente di incontrare presto la morte. Mentre dalle ciocche bionde abbandonate in discesa il rogo si alzava, gli occhi rimanevano fissi nel vuoto in contemplazione di un prodigio tremendo. Mentre cominciava la danza febbrile di fumi e faville, la donna non capiva nemmeno se era caldissimo o freddissimo quello che la stava uccidendo. Eppure restava immobile come un’icona estasiata incorniciata da un’aura di fuoco.

Le fiamme se la divoravano avide in un balletto tremendamente nervoso, così scosse e agitate da far sembrare che esse stesse si bruciassero toccandosi l’un l’altra. Dapprima trovarono appigli aridi sui quali insediarsi – consumarono capelli, vesti, peluria, e intanto si crescevano dentro la bramosia di sapori più intensi – quindi si buttarono sulle carni, animate da passioni crudeli di ansia e possesso – se la scannavano smaniose come le bestie feroci inebriate dal sapore del sangue, la logoravano con l’odio e l’invidia di una madre delirante che ammazza la figlia per prenderne il posto – ne ricalcavano il corpo perfettamente aderenti, staccavano pezzettini invitanti che trasformavano in polveri scure, la corrodevano con esasperazione bruciante sculettando flessuose.

Il fuoco si alzava e sovrastava se stesso in quell’abbuffata spettacolare, compiaciuto dallo stupore cristallizzato della piazza ai suoi piedi. Il fuoco mangiava e non era mai sazio, ma la sua preda si consumava veloce e già la si vedeva disperdersi nell’aria in polveri amare. Il fuoco veniva in vampate intense, poi si calmava per prendere fiato, e di nuovo tornava più che mai inquieto ad abbattersi. Il fuoco cominciava a sentire la fine del banchetto arrivare, calmava un poco le smanie, si acchetava piano, sentiva spegnersi il suo breve idillio…Il fuoco cieco cercava brandelli sfuggiti, ma era già troppo pallido per continuare il massacro, il fuoco dava gli ultimi colpi di coda e si spegneva nella sua malinconia senza ritorno , lasciando solo un vuoto di brace sotto di sé.

E dopo il fuoco fu fumo e silenzio. Il pulviscolo sottile di cenere si spargeva annebbiando ad ondate il paesaggio, si diramava in tutte le direzioni con una tranquillità inconsueta, col desiderio pacato di riposare nell’aria, dimenticando di provenire da un rogo sacrificale. L’odore bruciato di carne invadeva le menti e gli spiriti dei paesani ammaliati – io per prima me ne stavo impalata a bocca socchiusa. Coi muscoli spenti abbandonati al loro peso, fissavo un punto incolore davanti ai miei occhi e mi godevo quel fetore inebriante come fosse santità profusa dal cielo.

Nessuno si mosse. La tragedia si era consumata, gli attori scomparsi, il palco era di nuovo vuoto e il sipario afflosciato. Rimaneva solo qualcosa a solleticare i ricordi – della prima donna volavano per il paese le lievi memorie – giocavano in vortici con nuvole cotonate e fili di vento, passavano attraverso le trame sottili delle tende di lino, per posarsi stanche sui servizi da thé delle ricche signore del Sud. Accarezzavano i visi dei bimbi addormentati, percorrevano sentieri aspri fra spinte e pressioni, si dividevano in rivoli per le stradine asfittiche, per poi amalgamarsi nuovamente in quegli spazi infiniti a strapiombo sul mare. Facevano a volte un sibilo dolce, altre volte invadevano in vuoto sospeso in assoluto silenzio…viaggiavano qua e là, si lasciavano portare, prendere, spostare, un po’ si posavano, poi tornavano su, e ancora andavano, scorrevano, toccavano, scivolavano, si permettevano di carezzare le donne sotto i vestiti, arrivavano a suscitare pensieri che non si possono dire neanche con un filo di voce, le dolcezze eteree delle loro dita fini trasparivano in gemiti così sconci da far arrossire i volti dei santi nelle chiese barocche

Il corpo della donna era ormai tutto perso in granelli sottili. Nella piazza il fuoco era solo un ricordo vitale, sostituito da nebbie soffocanti che poco a poco si diradavano, poco a poco perdevano il loro peso opprimente, lentamente lasciavano affiorare una distesa di sguardi attoniti, di statue impassibili senza espressione – tornavano luna, stelle e luci di strada ad imporre la loro atmosfera inconsapevolmente romantica, e un vuoto incantato lasciava spazio a sospiri di foglie e voli di vesti.

Il tempo continuava a passare senza che nulla accadesse – passarono ore, poi giorni, poi non so quanto ancora, ma alla fine qualcosa si mosse. Una signora solcata da rughe profonde di sole e fatica spezzò il sortilegio e disse:

– Se si è bruciata da dentro sarà perchè c’aveva il peccato che le corrodeva i budelli. –

E un’altra, ancora più anziana, prese a strillare in risposta:

– C’aveva il diavolo, glielo dico io com’è andata…che queste cose non succedono a caso, qui non ci sono macumbe, che se ti prende il fuoco così dal corpo è perchè ormai Belzebù t’ha tolto il controllo…Belzebù prima ti accende col suo sguardo di lama, poi si avvicina, ti accarezza, ti bacia, ti muove i capelli e ti tocca…ma Belzebù non ti tocca come fanno gli uomini, Belzebù ti tocca e ti entra dentro un pezzo per volta, ti entra dentro e tu sei già morta, un pezzo per volta, lui ti tocca e tu sei già morta…

E un coro rituale si alzava in penombra:

Belzebù entra un pezzo per volta,

Belzebù ti tocca e tu sei già morta;

Belzebù ti spoglia un vestito per volta,

Belzebù ti bacia e la vita ti è tolta;

Belzebù l’ha amata per l’ultima volta,

l’ha straziata di pene e di fiamme coperta.

Dondolavano il busto recitando quella cantilena malinconica come spighe piegate dal vento. In quella trance si percepiva appena il loro rimanere sospesi a un palmo da terra, nessuno toccava il suolo, fluttuavano a metà in quell’atmosfera di cenere, fino a quando un’altra voce non si impose e frantumò l’incanto:

– Secondo me non è così che è stato…secondo me non era il diavolo…è andata così secondo me – quella donna era innamorata di un uomo, un uomo bello, un uomo molto bello e con tante passioni, con tante passioni che avevano insieme e…e…anche lui l’amava, l’amava tanto anche lui…si amavano insomma…solo, solo che un giorno lui si ritrovò investito da una passione diversa, e questa passione era sempre più grande, e lui l’amava ancora lei, ma questa passione cresceva e occupava ogni istante, in ogni momento lui ci pensava, e quando ci pensava spariva…spariva sempre un poco di più, il suo corpo perdeva colore, perdeva consistenza, il suo corpo ogni tanto diventava un fantasma, poi tornava, e di nuovo si dissolveva…finchè un giorno è scomparso, lui è scomparso, e lei, lei è rimasta sola con tutto il suo amore divorante che le si agitava dentro lo stomaco, e così quella sera l’amore è scoppiato e l’ha consumata… –

– E invece no – Si intromise un’altra voce da un punto invisibile.

– Invece no, succede così quando fai il peccato di scordar la memoria…quando vuoi dimenticarti del tuo passato, quando vuoi lasciare che cose, persone, ferite e sospiri rimangano chiusi in un loculo senza aria nè luce, quando speri con tutte le forze che le braccia di chi hai lasciato solo smettano di seguirti nei sogni, quando ti difendi con tutte le armi dal tornare inesorabile di certe giornate passate a far male, quando vuoi coprire con un sasso pesante le tue mattanze crudeli…allora, allora succede che quelle si vendicano con tutto il fervore che tu gli hai sottratto, quelle ti invadono senza che nulla possa essere detto, si accendono dentro ed esplodono in tutta la loro presenza esaltata, e ti consumano come tu volevi consumare loro insegnandoti per sempre che nulla passa e nulla può esser scordato. –

– E se invece non fosse così… –

– E se la colpa fosse dei magneti e dei fluidi governati da moti celesti… –

– E se invece è stata l’invidia a far da padrona… –

Si alzava un brusio confuso nella piazza, ognuno diceva la sua, ognuno aveva la sua storia bellissima da raccontare…piano piano la folla si disperse, il chiacchericcio si sbriciolò per le vie del paese, tutti tornavano nelle case a raccontare la favola affascinante della donna slanciata col fuoco nel corpo, e ancora oggi la favola viene tramandata in mille versioni, con mille preamboli d’amore e di odio, infinite descrizioni minuziose dei particolari importanti, una miriade incalcolabile di intonazioni suggestive, mille trame complesse tutte diverse tutte portate a compimento con una donna slanciata alla quale si accende il fuoco dal corpo.

Fine.

4 Risposte

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  1. kikkla said, on marzo 26, 2007 at 9:28 pm

    aiuto, aiuto…non riesco a correggere una cosa e mi fa impazzire come il rubinetto che gocciola mentre ti stai addormentando…a un certo punto scrivo : si permettevano di accarezzare le donne sotto i vestiti, arrivavano a suscitare … e poi scrivo: le carezze eteree delle loro dita fini trasparivano in gemiti così sconci … , insomma ci sono troppe carezze in troppo poco spazio, non so perchè ma al momento non mi fanno modificare l’articolo (perchè??!! Perchè mi sbattete in faccia i miei errori senza permettermi di porvi rimedio??!! siete crudeli…), immaginatevi che al secondo carezze ci sia scritto dolcezze.

  2. perturbazione said, on marzo 28, 2007 at 5:53 pm

    ecco l’indirizzo..
    Ciao

  3. perturbazione said, on marzo 28, 2007 at 5:54 pm

    se non ti è arrivato facci sapere

  4. kikkla said, on marzo 29, 2007 at 10:21 pm

    Sono riuscita a modificarlo alla fine! E chi se ne frega? IO! IO ME NE FREGO!


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