S/H

Say Hi to PlinXie!

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 29, 2007

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(l’orgoglio che mi infonde questo disegno è decisamente esagerato – Piri me la fai la foto così? Giuro che non la pubblico, la tengo nel portafogli al posto del santino, e poi se vado in guerra me la porto con me e faccio i sospironi pensando a casa mia, e quando sarò vecchia la farò vedere ai miei nipotini mentre gli racconto della mia gioiosa giovinezza…non vuoi rappresentare la mia gioiosa giovinezza?)

_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_°_° <—(cornicetta-divisorio)

– “300” al Medusa –

….

-E dove andiamo a vederlo?

-…Eh, andiamo al Medusa…

-Al Medusa?!

Insomma, non fa subito piacere andare a vedere un film al Medusa (si perchè “300” è riferito al film, in quella sala ieri sera si era sicuramente più del doppio dei guerrieri spartani…fa anche un po’ impressione a pensarci…), e non perchè ne faccio una questione di principio…cioè sì, io personalmente ne faccio anche una questione di principio, ma il punto è un altro, anzi, altri due:

1 – il pubblico. 700 persone (e badate bene 700 persone, non 700 posti, perchè al Medusa il mercoledì sera si fa il pienone fisso, non c’è scampo) che tendenzialmente vanno al cinema come se andassero al luna park. Questi esseri umani, affamati di intrattenimento, socialità e snack diabetici entrano in sala a grappoli sridacchiando fra di loro e agguantando avidamente cestini formato famiglia di pop corn burrosi, bibite gassate, brustolini vari che non so ben identificare (e che comunque faranno sicuramente crock durante la msticazione), panini e gelati (cioè gelati! In quei multisala vendono il cornetto algida!); poi cercano i loro posti, sempre sridacchiando allegramente e smangiucchiando, leccaldo, succhiando i loro saporiti cibi; poi si siedono nei loro posti, sempre sparlocchiando e sempre rosicchiando, spiluccando, ingurgitando; poi il film comincia, e lì viene il bello – nella romantica atmosfera creata dalla luce soffusa del megaschermo, loro continuano a rifocillarsi coi rumorosi alimenti degli sponsor e, con estrema scioltezza, commentano ogni fotogramma della pellicola con il vicino di poltrona. E questo non sta bene. (Io poi esagero però l’andazzo è quello…)

2 – 5.50 euri il mercoledì?! COSA-COME?! Nei cinema “normali”, col badge universitario o la carta giovani, entro dal lunedì al giovedì spendendo al massimo 4.50 euri, alla cineteca entro sempre con 3 euri, e voi, che con 9 sale farete minimo minimo 3000 persone a sera, mi chiedete 5.50 euri?! BUUUUUUUU.

…e comunque, Medusa.

—–> Film

—–> Fine del film

– Chicca, diciamo la verità, sto film, un po’ una cagata…

– Mha, insomma, anche sì, ma anche no…cioè, se domani leggo una recensione e c’è scritto che “300” è la solita colossale cagata io non è che dico di no, però…però alla fine me lo sono goduto un casino, proprio tanto…

– Ah sì, quello sì, poi a livello di “impianto tecnico”, tutto il lavoro che è stato fatto in post-produzione, figata, una goduria proprio…

– Sì infatti! E’ questo il punto, mentre sei in sala proprio te lo godi un sacco, sei proprio coinvolto, carnazza e violenza, poi la storia procede velocemente, non la tira per le lunghe (perchè avrebbero anche potuto tirarla per le lunghe, e allora due palle dopo un po’…), poi i primi piani duri, impassibili, e lo stereotipo del guerriero masculo, forzuto, possente…e tutta quella carnazza e quella violenza esponenziale, fumettosa, ah, a me mi piace assai…

– Sì, si è capito che la carnazza dei maschioni guerrieri non ti lascia indifferente, diciamo che l’hard boiled di Miller esce bene, il fatto magari è che mi si mescola un po’ col filone dei colossal epici che piacciono tanto a Hollywood negli ultimi anni, insomma il solito tutto-tanto, tutto-perfetto, il filmone ipergigante che sembra ti urli in faccia “Oh, spettatore, sai quanti soldi c’hanno speso per sta roba qua? Pensa una cifra! Dai, spettatore, pensa una cifra! guarda, non me la dire neanche, sicuramente almeno 10 volte la cifra che hai pensato!”, fanno sempre un po’ sto effetto qui, che non è simpatico subito…

– Quello sicuro, però mentre te lo guardi, te lo magni proprio! Lo consumi! Lo consumi come una grossa grassa coscia di maialino sardo! Te la addenti tutta, e ti piace un sacco, c’ha proprio un buon sapore, è gustosa, però finisce lì, una volta che è finita è finita, non è che ci stai a pensare dopo…Comunque due ore della tua vita secondo me fai pure bene a dedicargliele, e pure i 5.50 euri non sono cacciati via…

– Questo sì, da vedere al cinema è un bello spettacolo, però giusto al cinema…

– Ovvio, comprarlo, ma anche scaricarlo, in dvd sono tempo e soldi cacciati al vento, la si apprezza solo al cinema una cosa così…che poi, il re buono è lo stereotipo del maschio forte e possente, mentre il persiano cattivo è palesemente frocio…pessimi…

– Però un bel “San Salvador” con tanto di trenino quando è sbucato il megalomane persiano tutto dorato e sbrilluccicoso ci stava!

– Ci stava sì, comunque bellini i titoli di coda…

– Belli sì, che poi se una cosa è un po’ una cagata mica vuol dire che non valga la pena vederla

– Infatti.

 

Into the Night we Shine…

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 26, 2007

(Si lo so, è lungo, è un racconto, non c’avete voglia…però se lo leggete tutto alla fine c’è una bella sorpresa…giuro!)

La nottata era di quelle profonde dei paesi rocciosi a pochi chilometri dal mare, era di quelle che per le strade si accendono di un arancio polveroso che colora i sassi e le case, per poi sperdersi verso l’alto in un nero scurissimo, miliardi di volte forato da stelline appuntite.

Nella piazza le voci si raccoglievano a grappoli e raccontavano storie alle luci dei lampioni che illuminavano  l’odore dolciastro di oli e sabbia, mescolato al calore caotico e allegro sulle spalle scoperte. Le carnagioni arrossate di quegli omini rumorosi rivelavano l’aver patito tutte le stesse calure, su di esse gioielli preziosi e denti bianchissimi risaltavano all’unisono d’un entusiasmo quanto mai vivo; si sarebbe detto che parlassero e ridessero proprio tutti con tutti scambiandosi battute sempre divertenti…Si sarebbe potuto immaginare la piazza diventare un’enorme sala da ballo, stracolma di uomini, bimbe, signore, ragazzini, donnone ed eunuchi attorcigliati in un valzer un po’ brillo e confuso; e ancora si sarebbe potuto immaginare il ballo diventare un banchetto immenso di satiri lussuriosi e dei opulenti impegnati a riempirsi le fauci di carni unte e pregiate, accompagnate da elisir dolcissimi al sangue di giovani innamorati; e infine il banchetto lo si sarebbe potuto veder trasformarsi in un’orgia distorta di corpi malformi, creature mitiche e sogni morbosi sciolti in una plaga tetra e sanguigna…Si sarebbero potute immaginare cose così in quella piazza d’una notte estiva.

Persone e scintillii brulicavano come insettini agitati, formando grovigli di passi scanditi dal battibecco disarmonico di tacchi e ciabatte. Fra quei percorsi intorcicati in una trama scomposta, a un certo punto, da una strada stretta, comparve una donna, una donna slanciata dalla camminata serena, che senza pensieri assillanti proseguiva sulla diagonale della piazza come su un filo invisibile. La donna era una di quelle senza tratti salienti, aveva un viso gentile, un po’ vago, che si confondeva nella folla senza lasciar mai trasparire nessun turbamento, era una fra tante col corpo caldo di sole e qualche grano di sabbia fra i capelli e sotto la pianta dei piedi, era una donna di passaggio fatta per essere dimenticata al primo cambio di vento. Questa donna camminava senza prestare attenzione a niente e a nessuno, vagava a mezz’aria fra un pensiero ed un’altro, fra uno sguardo e un sorriso, fra i giochi dei bimbi e il suono stridulo di chitarre e biciclette, proseguiva incosciente e – appena appena – percepiva il cambiare sottile di qualcosa a lei molto vicino…

Inizialmente era qualcosa di davvero impercettibile, solo una timida vampata di calore sulle spalle scoperte, solo un odore un poco più forte, solo una luce un po’ troppo abbagliante…Era come dev’essere quando agli angeli nascono le ali, un chiarore improvviso dietro la schiena e l’espandersi cieco di un miracolo splendido…Era come un’aurora veloce dopo mille anni di buio, era prima tiepida, poi avvolgente, e poi ancora palpitante, e infine diventava uno strazio violento, un bruciore tormentoso a fior di pelle capace di pietrificare i muscoli, gli arti e la mente.

Dal corpo le uscivano fiamme. E mentre dal corpo le uscivano fiamme, nello stomaco scivolavano densi la paura nera di quel dolore affamato e la necessità opprimente di incontrare presto la morte. Mentre dalle ciocche bionde abbandonate in discesa il rogo si alzava, gli occhi rimanevano fissi nel vuoto in contemplazione di un prodigio tremendo. Mentre cominciava la danza febbrile di fumi e faville, la donna non capiva nemmeno se era caldissimo o freddissimo quello che la stava uccidendo. Eppure restava immobile come un’icona estasiata incorniciata da un’aura di fuoco.

Le fiamme se la divoravano avide in un balletto tremendamente nervoso, così scosse e agitate da far sembrare che esse stesse si bruciassero toccandosi l’un l’altra. Dapprima trovarono appigli aridi sui quali insediarsi – consumarono capelli, vesti, peluria, e intanto si crescevano dentro la bramosia di sapori più intensi – quindi si buttarono sulle carni, animate da passioni crudeli di ansia e possesso – se la scannavano smaniose come le bestie feroci inebriate dal sapore del sangue, la logoravano con l’odio e l’invidia di una madre delirante che ammazza la figlia per prenderne il posto – ne ricalcavano il corpo perfettamente aderenti, staccavano pezzettini invitanti che trasformavano in polveri scure, la corrodevano con esasperazione bruciante sculettando flessuose.

Il fuoco si alzava e sovrastava se stesso in quell’abbuffata spettacolare, compiaciuto dallo stupore cristallizzato della piazza ai suoi piedi. Il fuoco mangiava e non era mai sazio, ma la sua preda si consumava veloce e già la si vedeva disperdersi nell’aria in polveri amare. Il fuoco veniva in vampate intense, poi si calmava per prendere fiato, e di nuovo tornava più che mai inquieto ad abbattersi. Il fuoco cominciava a sentire la fine del banchetto arrivare, calmava un poco le smanie, si acchetava piano, sentiva spegnersi il suo breve idillio…Il fuoco cieco cercava brandelli sfuggiti, ma era già troppo pallido per continuare il massacro, il fuoco dava gli ultimi colpi di coda e si spegneva nella sua malinconia senza ritorno , lasciando solo un vuoto di brace sotto di sé.

E dopo il fuoco fu fumo e silenzio. Il pulviscolo sottile di cenere si spargeva annebbiando ad ondate il paesaggio, si diramava in tutte le direzioni con una tranquillità inconsueta, col desiderio pacato di riposare nell’aria, dimenticando di provenire da un rogo sacrificale. L’odore bruciato di carne invadeva le menti e gli spiriti dei paesani ammaliati – io per prima me ne stavo impalata a bocca socchiusa. Coi muscoli spenti abbandonati al loro peso, fissavo un punto incolore davanti ai miei occhi e mi godevo quel fetore inebriante come fosse santità profusa dal cielo.

Nessuno si mosse. La tragedia si era consumata, gli attori scomparsi, il palco era di nuovo vuoto e il sipario afflosciato. Rimaneva solo qualcosa a solleticare i ricordi – della prima donna volavano per il paese le lievi memorie – giocavano in vortici con nuvole cotonate e fili di vento, passavano attraverso le trame sottili delle tende di lino, per posarsi stanche sui servizi da thé delle ricche signore del Sud. Accarezzavano i visi dei bimbi addormentati, percorrevano sentieri aspri fra spinte e pressioni, si dividevano in rivoli per le stradine asfittiche, per poi amalgamarsi nuovamente in quegli spazi infiniti a strapiombo sul mare. Facevano a volte un sibilo dolce, altre volte invadevano in vuoto sospeso in assoluto silenzio…viaggiavano qua e là, si lasciavano portare, prendere, spostare, un po’ si posavano, poi tornavano su, e ancora andavano, scorrevano, toccavano, scivolavano, si permettevano di carezzare le donne sotto i vestiti, arrivavano a suscitare pensieri che non si possono dire neanche con un filo di voce, le dolcezze eteree delle loro dita fini trasparivano in gemiti così sconci da far arrossire i volti dei santi nelle chiese barocche

Il corpo della donna era ormai tutto perso in granelli sottili. Nella piazza il fuoco era solo un ricordo vitale, sostituito da nebbie soffocanti che poco a poco si diradavano, poco a poco perdevano il loro peso opprimente, lentamente lasciavano affiorare una distesa di sguardi attoniti, di statue impassibili senza espressione – tornavano luna, stelle e luci di strada ad imporre la loro atmosfera inconsapevolmente romantica, e un vuoto incantato lasciava spazio a sospiri di foglie e voli di vesti.

Il tempo continuava a passare senza che nulla accadesse – passarono ore, poi giorni, poi non so quanto ancora, ma alla fine qualcosa si mosse. Una signora solcata da rughe profonde di sole e fatica spezzò il sortilegio e disse:

– Se si è bruciata da dentro sarà perchè c’aveva il peccato che le corrodeva i budelli. –

E un’altra, ancora più anziana, prese a strillare in risposta:

– C’aveva il diavolo, glielo dico io com’è andata…che queste cose non succedono a caso, qui non ci sono macumbe, che se ti prende il fuoco così dal corpo è perchè ormai Belzebù t’ha tolto il controllo…Belzebù prima ti accende col suo sguardo di lama, poi si avvicina, ti accarezza, ti bacia, ti muove i capelli e ti tocca…ma Belzebù non ti tocca come fanno gli uomini, Belzebù ti tocca e ti entra dentro un pezzo per volta, ti entra dentro e tu sei già morta, un pezzo per volta, lui ti tocca e tu sei già morta…

E un coro rituale si alzava in penombra:

Belzebù entra un pezzo per volta,

Belzebù ti tocca e tu sei già morta;

Belzebù ti spoglia un vestito per volta,

Belzebù ti bacia e la vita ti è tolta;

Belzebù l’ha amata per l’ultima volta,

l’ha straziata di pene e di fiamme coperta.

Dondolavano il busto recitando quella cantilena malinconica come spighe piegate dal vento. In quella trance si percepiva appena il loro rimanere sospesi a un palmo da terra, nessuno toccava il suolo, fluttuavano a metà in quell’atmosfera di cenere, fino a quando un’altra voce non si impose e frantumò l’incanto:

– Secondo me non è così che è stato…secondo me non era il diavolo…è andata così secondo me – quella donna era innamorata di un uomo, un uomo bello, un uomo molto bello e con tante passioni, con tante passioni che avevano insieme e…e…anche lui l’amava, l’amava tanto anche lui…si amavano insomma…solo, solo che un giorno lui si ritrovò investito da una passione diversa, e questa passione era sempre più grande, e lui l’amava ancora lei, ma questa passione cresceva e occupava ogni istante, in ogni momento lui ci pensava, e quando ci pensava spariva…spariva sempre un poco di più, il suo corpo perdeva colore, perdeva consistenza, il suo corpo ogni tanto diventava un fantasma, poi tornava, e di nuovo si dissolveva…finchè un giorno è scomparso, lui è scomparso, e lei, lei è rimasta sola con tutto il suo amore divorante che le si agitava dentro lo stomaco, e così quella sera l’amore è scoppiato e l’ha consumata… –

– E invece no – Si intromise un’altra voce da un punto invisibile.

– Invece no, succede così quando fai il peccato di scordar la memoria…quando vuoi dimenticarti del tuo passato, quando vuoi lasciare che cose, persone, ferite e sospiri rimangano chiusi in un loculo senza aria nè luce, quando speri con tutte le forze che le braccia di chi hai lasciato solo smettano di seguirti nei sogni, quando ti difendi con tutte le armi dal tornare inesorabile di certe giornate passate a far male, quando vuoi coprire con un sasso pesante le tue mattanze crudeli…allora, allora succede che quelle si vendicano con tutto il fervore che tu gli hai sottratto, quelle ti invadono senza che nulla possa essere detto, si accendono dentro ed esplodono in tutta la loro presenza esaltata, e ti consumano come tu volevi consumare loro insegnandoti per sempre che nulla passa e nulla può esser scordato. –

– E se invece non fosse così… –

– E se la colpa fosse dei magneti e dei fluidi governati da moti celesti… –

– E se invece è stata l’invidia a far da padrona… –

Si alzava un brusio confuso nella piazza, ognuno diceva la sua, ognuno aveva la sua storia bellissima da raccontare…piano piano la folla si disperse, il chiacchericcio si sbriciolò per le vie del paese, tutti tornavano nelle case a raccontare la favola affascinante della donna slanciata col fuoco nel corpo, e ancora oggi la favola viene tramandata in mille versioni, con mille preamboli d’amore e di odio, infinite descrizioni minuziose dei particolari importanti, una miriade incalcolabile di intonazioni suggestive, mille trame complesse tutte diverse tutte portate a compimento con una donna slanciata alla quale si accende il fuoco dal corpo.

Fine.

La-Giornata-Mondiale-del…(fill in the gaps)

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 23, 2007

Ieri era la giornata mondiale dell’acqua. Questa mattina mi sono svegliata e guardando la caldaia che perde ho pensato – Sì, le iniziative di sensibilizzazione sono sacrosante, è giustissimo attirare l’attenzione su argomenti che altrimenti finirebbero nel dimenticatoio perchè, c’è poco da fare, quando un problema non ce l’hai non ci stai a pensare più di tanto…apprezzo anche il modo in cui è stato gestito l’evento, non solo sui media (che poi su “la Repubblica” neanche una parola per sbaglio, solo la gentile concessione di uno spazio pubblicitario prima della cronaca locale…vabbè…) ma con le associazioni presenti nelle piazze. Però mi sembra che in parecchi contesti le giornate-mondiali-del diventino caricature sterili di se stesse. Mi spiego: spesso l’argomento viene trattato di sfuggita, perchè è d’obbligo e sta bene, e si riduce a un paio di elenchi del tipo:

solo 16 persone su 100 possono aprire un rubinetto e veder scorrere acqua potabile, priva di agenti patogeni e di sostanze inquinanti, per bere, cucinare e lavarsi.

84 persone su 100, invece, devono cercarla, spesso molto lontano dalle abitazioni, presso fonti dove la disponibilità è scarsa e la qualità scadente.

Il consumo di acqua nei paesi africani varia in media tra 12 e 50 litri al giorno per abitante, in quelli europei tra 170 e 250 litri (noi italiani siamo ai vertici dei consumi europei, proprio con 250 litri) negli Stati Uniti raggiunge i 700 litri

A cui segue inesorabilmente:

Assicurarsi che i rubinetti siano sempre ben chiusi e che non gocciolino

Evitate di far scorrere l’acqua inutilmente acqua:si riduce il consumo idrico del 50%.

Un water a flusso differenziato fa risparmiare, ad una famiglia di quattro persone, fino a 30.000 litri d’acqua ogni anno.

Preferire la doccia al bagno (si possono risparmiare ogni volta fino a 100 litri d’acqua)

Quando si usano lavatrice o lavastoviglie è meglio scegliere programmi che risparmiano acqua ed è buona abitudine metterle in funzione solo a pieno carico.

Insomma l’informazione sul problema finisce per essere una recita di numeri che dovrebbero scuotere profondamente l’animo consumista dello sprecone occidentale, e indurlo così a condurre un’esistenza un po’ più assennata. In pratica l’uomo medio non troppo attento a questo tipo di tematiche e magari non troppo sveglio di suo, recepisce un messaggio di questo tipo: in Africa la gente sta morendo di sete perchè noi qua (e ancora di più in America là) stiamo usando tutta l’acqua per lavarci le mutande e annaffiare i gerani, quindi prenditi le tue responsabilità e vivi con più criterio. Risultato: per circa una settimana il suddetto uomo medio calibrerà al milligrammo le sue lavatrici, pesando i calzini sul bilancino per alimenti, poi un giorno si chiederà il motivo di tutto ciò e, avendo rimosso la giornata mondiale dell’acqua, tornerà alle sue vecchie abitudini.

Il punto è che spesso (non sempre, più che altro nei programmi pop che tutt’a un tratto si vestono di serietà) si scordano di dirci che, sì, noi siamo dei coglioni viziati che manderanno il mondo in malora, ma il problema dell’acqua non si risolve facendosi una doccia in meno; in Africa si muore di sete e di malattie legate all’assunzione di liquidi non potabili perchè mancano le infrastrutture, mancano governi responsabili, mancano le basi per costruire uno Stato che garantisca i diritti anche più semplici alle popolazioni, e spesso l’acqua diventa un bene prezioso nelle mani della criminalità…

Ben venga che ci facciano notare che viviamo come se fossimo gli unici degni di stare al mondo, perchè è vero, siamo il cancro del pianeta, consumiamo e distruggiamo in totale spensieratezza; però se si vuole affrontare lucidamente una situazione di emergenza, che lo si faccia parlando dei motivi alla radice, e proponendo soluzioni reali, perchè i paragoni statistici fra Primo e Terzo Mondo colpiscono, ma si fermano lì.

Insomma a me le frasi di questo tipo – Per garantire l’accesso all’acqua potabile a tutti gli abitanti del pianeta, basterebbe una somma analoga a quella che in Europa si spende per l’acquisto di gelati e negli Usa in cosmetici – sembrano stronzate.

Fine.

Detto ciò, la Bianca e l’Eli ci vorranno venire a vedere i film porno al Lumière?

BITMAP! (perchè a me mi piacciono i tratti semplici)

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 22, 2007
    skai.jpg

Così, perchè deve essere bello baciarsi in una città diversa, e grande.

The Slimmiest of the Thinny Skinny Boys

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 20, 2007
    Il palco era rosso di luce, tutto attraversato da cavi a formare strade sovrapposte fra palazzi pieni di spie, tasti, rotelle, maneggiate da operai ingobbiti come vecchie tessitrici indiane con dita gialle di gallina. Mentre i lavoratori seguivano in disparte il ritmo serrato dei loro suoni, il Grande Capo controllava i movimenti ondeggianti delle comparse scure dall’alto della sua figura da broccolo quattrocchi, ed era il solo a darmi del tu.
    Io guardavo. E ascoltavo, non si può dire che non stessi ascoltando, è solo che sentivo la musica lontana, come fosse rimasta su un piano secondo, chiusa nella stanza accanto, e rimbombava in sottofondo alla mia attenzione tutta concentrata su un particolare morboso. E’ stato più o meno così:
    All’inizio il Grande Capo cantava, e allora c’erano ancora le basi, i suoni, tutto lo spettacolo nel suo complesso, e io ero in basso, semplicemente in basso; ma poi qualcosa andava sfuocando e andando avanti c’era sempre di più la grande bocca mangiamicrofono del Grande Capo e il resto si spargeva intorno senza che io prestassi attenzione più a nulla. Tutto quel che sentivo era quella lingua importuna che prendeva parole e le attorcigliava a suo piacimento in ghirigori anglofoni, così quando si liberavano dalle sue molestie, quelle mi venivano incontro un poco sconvolte, con fonemi schizzoidi arrotati su se stessi e annodati l’un l’altro con una certa inquietudine.
    Da lì fu un passo, un attimo dopo esploravo senza via d’uscita le funzioni biologiche del Grande Capo, che  col suo corpo tutt’ossa e pelle sottile mi rendeva il gioco quanto mai facile. Di nuovo la lingua, vedevo tutti i suoi spasmi epilettici contro i denti e il palato, e poi la sua armonia coi muscoli nevrotici del viso teso nel tirare il suono fin quasi allo strappo. Vedevo fasci di nervi governare la materia porosa delle mandibole a scatti, e il liquido luccicante secreto dalle ghiandole salivari inumidire le fauci per poi scendere giù in gola, nelle cvità scure dei suoi organi macchinosi. Potevo distinguere ogni ingranaggio, ogni ossicino stridente, ogni vibrazione inquieta delle corde vocali stuzzicate dalla pressione dei polmoni gonfiati…Sentivo…tutto rimbombare nella laringe e, timida, in quattro tempi più lenti che mai, arrivai a sfiorare la superficie viscida delle cartillagini. L’onda sonora mi si espandeva intorno, risuonava fra rilievi, depressioni, modificazioni di forme e volume, poi si concedeva ai giochini scabrosi della lingua e dei denti, e malmenata a dovere se ne usciva in fiato musicale. Tutte le danze, le preparazioni, le composizioni cavillose le vedevo formarsi ed estinguersi perpetuamente, aria e liquidi venivano, vorticavano, e andavano, le tensioni si spingevano fino al culmine, si riposavano, e ancora riprendevano, tutto lavorava a ritmi serrati per il solo compiacimento del suono. Il corpo del Grande Capo funzionava anch’esso come gli impianti di cavi, rotelle e lucine governati dai tessitori retrostanti, solo era un poco più umido. Il corpo del Grande Capo si è spento a fine turno come il resto degli attrezzi e finalmente è tornato al suo ritmo regolare, lontano dai progetti industriali del Grande Capo.

M.A.M.ma mia.

E siamo tantissimi…

Posted in Senza categoria by sarah on marzo 18, 2007
    Effettivamente potrei anche evitare…si stava bene anche senza…non è che si sentisse la necessità di un altro blog…bè, però, insomma, ci si potrebbe ragionare un pochino sul motivo che spinge una come me (una che non ha mai avuto un rapporto troppo sereno con le cose di cui non conosce il funzionamento, una con poca pazienza, che si innervosisce quando non capisce le cose, e che perde totalmente il controllo del cervello quando si innervosice) a farsi il suo blog.
    Ci penso e la penso così: la realtà virtuale (definizione proprio adeguata) fa sempre più parte della vita reale delle persone. E su questo non si discute. I motivi per cui si naviga sono svariati, le cose che si possono fare sono sempre di più e aumentano ad una velocità impressionante. Il computer (quando è utilizzato dalle masse) si presenta come uno strumento attraverso il quale si può far fronte a una grande quantità di necessità – tipiche dei paesi sviluppati – e che si amalgama facilmente anche con le più semplici azioni della vita quotidiana (penso per esempio alla possibilità di controllare e spostare il proprio denaro attraverso Internet).
    Accanto alla possibilità d’azione in Internet, c’è poi la possibilità di comunicazione e relazione in Internet. Da questo punto di vista, mi pare che la rete crei una dimensione distante da quella della vita-vera, nel senso che è sì possibile congiungere e anche far coincidere la propria identità virtuale con quella reale, ma è una scelta, è anche possibile non farlo per niente. Questo perchè nel Web non si ha un’identità “pre-fatta” (come alla nascita), ma si ha la possibilità di essere ciò che si preferisce.
    In questo momento però il punto non è come ci si costruisce l’identità virtuale, la cosa importante è che sempre più persone percepiscono la rete come una nuova e rilevante sfera d’azione e comunicazione (me compresa), e desiderano quindi farne parte, altrimenti si sentono escluse, non rappresentate in una dimensione importante della loro vita e della società. La rete però ha regole diverse da quelle della società: nel quotidiano i tratti base dell’identità sono subito evidenti, le persone esprimono anche senza comunicare; in rete non è così, la possibilità di esprimere (comunicare non volontariamente) non c’è, quindi per esistere si è chiamati ad autorappresentarsi, a ricostruirsi l’identità tassello per tassello. Il blog è uno spazio che da la possibilità di fare questo. E quindi di farne parte.
    Insomma, qui tutti c’hanno sto blog, anche i più inutili fra gli inutili degli esseri umani, pure le teste più bacate dell’universo possono dire la loro al mondo intero e io dovrei starmene a scrivere su dei foglietti di carta che me li filo solo io?!
    …Forse sì, ma ormai…