Random Printmaking goes to Rome.
Allora. Ho partecipato con tre grafiche a questo cotest qui, e ho vinto. Ho vinto significa che la mia è una delle tre grafiche che verranno realizzate in serigrafia, parola a mio parere libidinosa oltremodo. [fidatevi anche se non sono ancora usciti i vincitori].
Ah, il disegno è questo:

Ovvero old looks-like-a-lesbian wearing a wig travelling to Austin – Texas – with large size french fries by her side.
Il punto è: sappiate che se vi voglio bene voi riceverete questa maglietta, anche se vi fa schifo, e la indosserete, anche se vi fa schifo, e la amerete, anche se vi fa schifo.
Tutto qui.
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Tags: contes-t, earth positive, grafica, roma, sarah mazzetti, serigrafia, straight to hell, t-shirt, t-shirt design, t.u.b.e.
Sto pensando seriamente di uscire da Facebook. Sicuramente poi non lo farò, ma la sensazione di partecipare costantemente a un misto fra il sabato sera dell’Hollywood, la puntata di capodanno di Buona Domenica e la gita a Praga di un ITIS si fa a tratti quasi ripugnante, ai limiti della sopportazione.
E’ che non ero preparata a certe cose, ad avere a che fare, seppur indirettamente, con certe persone, i miei ingenui occhi incapaci di difendersi non erano pronti ad assistere al florido proliferare di nuovi “tipi sociali” così prodighi nell’occuparsi della cura e crescita del loro pensiero mestamente idiota.
Sì, perchè su Facebook nascono e si espandono nuove categorie sociali, in particolare attraverso il fenomeno dei gruppi, uno si rende conto di come i confini fra comportamenti e ideologie si facciano sempre più labili, fino a sfociare il più delle volte in una plaga cupa e maleodorante composta da frattaglie irriconoscibili di concezioni del mondo, credenze, borse di Prada tarocche e tristezze suburbane in varie forme e colori.
Ciò che mi ha particolarmente colpito questa mattina è questo, un gruppo contro un tizio che ha abbandonato il proprio cane attaccandolo ad una scala mobile. Riporto in toto il punto della questione:
“ROMA (17 giugno) – Un romeno di 43 anni ha abbandonato il suo cagnolino sulle scale mobili della stazione Termini, lasciando il cucciolo incastrato nel meccanismo della scala. L’uomo stava salendo le scale mobili dell’area commerciale della stazione Termini con il cucciolo di meticcio e giunto in cima, invece di sollevarlo, lo ha lasciato a terra facendogli incastrare le zampine tra i gradini della scala e la piattaforma metallica per la discesa dei passeggeri. Il padrone del meticcio, un nomade romeno, pregiudicato e proveniente dall’insediamento di Aprilia, si è allontanato abbandonando il cagnolino ferito.
Alcuni passanti che avevano assistito alla scena hanno contattato i carabinieri della stazione, che hanno bloccato il romeno.
Il cucciolo, è stato liberato e soccorso dai militari e dagli addetti alla manutenzione interna della stazione, che hanno lavorato per più di 20 minuti.
Il cagnolino è stato visitato dai veterinari del soccorso medico e ora si trova nel canile municipale di Roma. Il suo padrone, invece, è stato denunciato a piede libero per maltrattamento di animali.”
Ah, le redazioni web! Quella del Messaggero, in questo caso…in pochissime parole riescono a incarnare alla perfezione tutto ciò che un giornalista non deve essere! Hanno un’utilità didattica nel loro piccolo…Poi uno pensa alla BBC e alla loro politica sull’uso della parola “terrorismo” e “terrorista”, il fatto di decidere di non utilizzare con leggerezza espressioni con un così forte impatto emotivo che rischiano di tardire l’imparzialità e l’oggettività a cui si deve tendere nel riportare una notizia…ecco, uno ci pensa e un po’ si vergogna, poi si rassegna ad affrontare i quotidiani on-line come folkloristici esempi di passionale mediterraneità, più che come fonti d’informazione, e tutto passa.
Ma la cosa interessante è il potenziale aggregativo di questo articoletto. Il crogiolo di atteggiamenti – fra loro perfino contrastanti sulla carta – che riesce a unire in un caldo xenofobo abbraccio rumenocida. Fra gli iscritti al gruppo le reazioni sfuggono a stereotipi e classificazioni preconfezionate, per dare vita a un diverso, trasversale modo di approcciare la cosa, e di conseguenza a un nuovo prototipo umano, che chiameremo °_° .
Per costruire l’identità sociale di °_° faremo un sunto delle principali correnti di pensiero cavalcate appunto dagl iscritti al nostro gruppo. Facciamo un po’ di esempi:
“si sono presi troppe libertà questi animali di rumeni!!!!!!!!
“per fortuna nn c’ero xche a costo di finirci io in galera(xche a me mi ci mettono loro no xche sono dei poverini disadattati in una società ke li odia) lo massacravo.
speriamo ke qualcuno di noi possa adottare questo meraviglioso cucciolo dandogli quel tetto e quel pasto e sopratutto quell’affetto ke nn ha mai avuto.” giulio
“Non era semplicemente un romeno, ma un fottuto zingaro bastardo. Per questa ragione avrebbe dovuto essere lasciato tra gli ingranaggi della scala mobile per almeno 8 ore. I resti? Bruciati!” vedo nero
“E rimandiamolo a casa il nomade bastardooooo!!!!!” katia
“A QST PUNTO MEGLIO ESSERE RAZZISTA MA CM FAI A NN ESSERLO CN GENTE COSI???? E NN LO FANNO SL AGLI ANIMALI MA ANKE A NOI ..” jessika
“Io gli incastrerei un’altra cosa nella scala mobile a quel fetoso di rumeno!!” luciana
Questi primi contributi ci permettono di affermare con una certa sicurezza che °_° è un individuo con una spiccata inclinazione alla xenofobia, atteggiamento politicamente attribuibile all’area di estrema destra. Un piccolo approfondimento in questo senso ci aiuterà a definire ancora più chiaramente l’orientamento partitico di °_°.
“al rogo sto bastardo…mettetelo in piazza e fatelo fucilare…” matteo
“Galera? No… pena di morte diretta. Sicuramente quella mer*a non farà manco un giorno che uno di carcere. Meglio un coplo in fronte. 10 Centesimi spesi bene.” simona
“LEGATO IN PIAZZA…E LA GENTE CHE GLI FA QUELLO CHE SI MERITA! QUESTA è LA SOLUZIONE!!” daniele
Inequivocabilmente reazionario-populista-aggressivo!…Padania?!…mmm, quasi…Fiamma Tricolore!
E fin qua niente di strano. Ma come abbiamo detto °_° sfugge gli schemi preordinati, per abitare un terreno molto più fluido e sfuggente, un luogo in cui, come direbbe Marco Masini “il tempo si ambigua”. Infatti:
“Ogni volta che leggo queste atrocità stento a credere a quanta cattiveria appartenga alla specie umana, e soffro da morire…” camilla
C’è anche carità nel profondo del cuore di °_°. Come interpretarla? Io non la attribuirei a un sentire cristiano, troviamo infatti una certa disillusione rispetto all’attività umana che contrasta coi precetti religiosi, la vedrei più in un’ottica neo-karmica-zen, una sensibilità generale vissuta intensamente che accresce notevolmente i sentimenti di empatia e compassione del sogetto. Un atteggiamento quantomeno stravagante nell’ottica dell’orientamento politico di °_°.
“povero piccolo… che ferita enorme che ha.. spriamo che trovi una persona che lo ami e così possa dimenticare quel romeno di merda.. scusate per l’offesa ma io la gete che maltratta gli animali non la considero gente ma merda..” ilenia
Naturalmente non poteva mancare la componente animalista, ma anche di più…
“QUESTA PERSONA PAGHI MOOOLTO SALATO PER CIO CHE HA FATTO MA INVITO CMQ CHI ANCORA DICE DI AMARE GLI ANIMALI E NEL CONTEMPO MANGIA CARNE A FARSI UN ESAMINO DI COSCIENZA…www.saicosamangi.info” cristian
Vegetariano consapevole e informato! Ma, diamine, come può un ambientalista-vegetariano-probabilmente iscritto a un corso fusion fra yoga e pilates essere anche una possibile cellula del Ku Klux Klan insediata ai Parioli?!
E’ il potere aggregativo dei social network che permette di ravanare nel peggio che l’umanità offre e dare vita a patchwork grotteschi di bassezze morali e mediocrità varie.
Portare il worl wide web ai truzzi del Pilastro e alle studentesse di Scienze della Formazione non è stata una grande idea. D’altronde si sa, la democrazia fa schifo.
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[Volevo scrivere qualcosa su Zeitgeist, poi però mi sono imbattuta nel blog di Pulsatilla, e mi è venuto in mente che volevo dire qualcosa anche su qualcos'altro, una poesia del cane al suo padrone che ha scritto uno in un gruppo contro l'abbandono degli animali su Facebook. E anche su Dietnam.]
Qualche settimana fa Riccardo è rimasto a casa mia fino alle 6 e mezza del mattino a parlare con me e Laura di religione. Una conversazione assolutamente irrilevante, e irritante per certi versi, mi sembrava di essere il buco a forma di cerchio nel quale un bambino deficiente cerca a tutti i costi di infilare un cazzo di cubo verde.
“No, guarda, non la penso così…non nel senso che abbiamo opinioni divergenti su questa cosa – anche perchè probabilmente alla fine non abbiamo opinini divergenti – nel senso che io penso in maniera diversa. Alla base prprio.”
Riccardo e Laura puntellavano sul vecchio-sacrosanto discorso del rapporto fra singolo individuo e religione, quindi tutte quelle storie su come la religione sia un punto d’appoggio e una semplificazione necessaria a persone a volte deboli, a volte incolte, a volte volubili per affrontare il mondo e l’indeterminatezza in maniera meno ansiogena. L’oppio dei popoli, ma nell’ottica della vedova di provincia, più che dello statitista malvagio. Tutte cose vere, che però a me sono sempre sembrate tanto-tanto retoriche, inutili e fini a se stesse. Trovo che le banalizzazioni degli anticlericali incattiviti [categoria alla quale appartengo orgogliosamente, sia chiaro] non abbiano mai apportato nulla di interessante alla riflessione sul tema, e che siano servite solo a rinnovare il sentimento di coesione sessantottina fra ventenni entusiasticamente confusi la cui idea di libertà coincide troppo spesso con la pratica di una scarsa igiene personale.
Insomma, mentre questi se la raccontavano peggio che in una manifestazione della Sinistra Universitaria bolognese, io tentavo di fare presente che è irrilevante parlare a livello di singoli individui, che nel discorso su concetti di portata universale le persone semplicemente non esistono singolarmente, ma agiscono reagendo all’influenza di un soggetto che li sovrasta e li determina, ovvero la società, che è una cosa diversa dalla somma degli individui che la compongono, insomma non è semplicemente un aggregato, e non è utile considerarla tale. Solo in un’ottica di stampo sociologico, e più precisamente durkheimiano, la religione può essere affrontata in quella che è la sua reale complessità e concretezza, ovvero come un crogiolo di valori, riti, regole, principi che risultano ancora oggi basilari e fondanti per i gruppi organizzati di individui di tutto il mondo. In questo senso si capisce il potere della religione e il motivo per cui intorno ad essa si concentrano interessi politici ed economici su scala mondiale. Altro che “l’appoggio di poveri ignoranti per affrontare l’inconsapevolezza con meno ansia”. Questo è come la penso io. Cioè, non la mia opinione in merito, proprio il mio modo di pensare a questa cosa.
Ma niente, l’argomento “mia nonna morta pregava il rosario perchè aveva a malapena la quinta elementare” tirava un sacco di più. Poi, ciliegina sulla torta, è saltato fuori Zeitgeist. Zeitgeist è un documentario in tre parti: la prima parte si da’ l’obbiettivo di dimostrare il fatto che il Dio cattolico, unico e trino e ’sticazzi vari, non è niente di più del pagno Dio Sole, prima donna se vogliamo, ma in fin dei conti just part of the cast. “So what?” Non ne ho idea. Nella seconda parte invece vengono ripresi spezzoni di Farenheit 9/11 e montai in maniera diversa. La terza parte è la più interessante, cioè l’unica vagamente interessante, è quella sul potere nascosto che plagia le masse, ovvero tutto un pastone che parte dall’egemonia della Central Bank sulle finanze mondiali, per poi andare a toccare gli interessi nascosti dietro le guerre , e infine tirare in mezzo i media, l’educazione e indottrinamenti vari. Si, santissimo padre celeste, già sentito, già detto, già fatto. Anche io pensavo che l’hype per i mischioni della contro-informazione fosse superato. Dove eravate negli ultimi 7 anni?
Riccardo negli ultimi 7 anni prendeva psicofarmaci. Lo dico con leggerezza, tanto lui non si mette problemi, credo che sia la seconda cosa che mi ha raccontato quando ci siamo conosciuti, dopo avermi fatto vedere i suoi lavori. Comunque con lui è sempre così, tende ad essere un po’ idealista, parecchio logorroico, naturalmente incline alla dietrologia, cosa che io non sono affatto, a me sembra sempre tutto – se non palese – comunque piuttosto prevedibile. Quindi al suo invito a vedere Zeitgeist il mio cervello ha semplicemente risposto “skip” senza soffermarsi oltre.
Poi però qualche giorno dopo sono passata dal blog di un vecchio conoscente che non leggevo da parecchi mesi. Lui è molto diverso da Riccardo, suona, partecipa a progetti smaccatamente vanitosi, va in giro, conosce gente e cose così. Ho spulciato un po’ l’archivio, e cosa trovo? Zeitgeist. Trattato come una cosa serissima, la rivelazione del secolo che va divulgata assolutamente altrimenti Caboooooooom!
La cosa mi ha sinceramente colpita, così, sopraffatta dalla trasversalità del suddetto documentario, ho deciso di dare un’occhiata.
Quello che ho visto è un pasticcio di immagini accorpate una via l’altra come nella più marcia delle televendite di NuovaRete, illustrazioni da corso base in chieroveggenza accompagnate a citazioni bibliche, dissolvenze, simbolismo, egizi, il Graal, un campo di grano, Gesù, ancora dissolvenze. Poi politici, attentati, il Pentagono, documenti, edifici, altri politici, altre dissolvenze, banconote, Ghandi, Franklin, Malcom X. Il tutto accompagnato dalla voce incalzante di quello che potrebbe essere un predicatore evangelico reincarnato in Paolo Guzzanti. – No, fermi, pensateci bene e visualizzatelo: UN PREDICATORE EVANGELICO REINCARNATO IN PAOLO GUZAZANTI. E a livello di contenuto, quello che ho scritto sopra.
Finito il film ho ripensato a Riccardo e all’altro mio amico e mi sono fatta un po’ di domande. Perchè io [cioè, loro], ventenne contemporaneo sfacciatamente libero da tradizionalismi di ogni sorta, dovrei credere in tutto questo? Perchè per me questo video dall’estetica goffamente obsoleta rappresenta la verità assoluta – concetto nel quale neanche credo – qualcosa a cui sento di potermi affidare senza bisogno di accertamenti o controprove? Perchè invece di vederlo per quello che è – ovvero l’ennesimo reimpasto di tesi dietrologiche, gionalismo d’inchiesta e teorie sociali alcune interessanti e altre meno, ma tutte comunque già abbondantemente pubblicate e discusse – vedo La Rivelazione, La Consapevolezza discesa in dono all’umanità, il concentrato di tutto ciò che c’è da sapere…perchè?
E’ per l’incapacità [o la non-voglia, fate voi, il risultato è lo stesso e non mi pare che un atteggiamento conservi più dignità dell'altro] di pensare, di crearsi un’opinione e di affrontare delle realtà troppo complesse per essere comprese da una persona “normale”. Così i sermoni laici dell’anti-politica, la faziosità spudorata dei documentari della contro-informazione in cui si dice sempre e solo che tutto fa schifo, che tutto è menzogna e che tutto va boicottato diventano la risposta perfetta al disagio dell’inconsapevolezza e alla pigrizia, perchè se il punto centrale è indignarsi e tirarsi fuori, allora non c’è nemmeno bisogno di approfondire, capire, cercare, basta affidarsi alle parole del video, come nostra madre si affida alle parole del prete.
Non c’è nulla di diverso. Davanti a questa miscellanea di retorica malpensante alcuni individui si inebetiscono come la più bigotta delle donnette di provincia davanti al vangelo, si abbandonano ciecamente e, come per la religione, comodamente. Anzi, forse ancora più comodamente, visto che la risposta a tutto è una perpetua stasi incazzata, ridicolmente dissimulata dall’idea che divulgare sia un’attività.
E la persona alla quale ci si affida con tanto fervore, chi è? Un grande pensatore? Un politologo? Un sociologo? Insomma, chi è Peter Joseph, il regista di Zeitgeist? Quali sono le sue fonti, in particolare quando propone una lettura astrologica della Bibbia che normalmente non prenderebbe in considerazione neanche Solange? Importa qualcosa a qualcuno? No, perchè come per la religione, il sentimento di base è irrazionale, non c’è niente di ponderato in tutto ciò, c’è solo un signore americano che ha costruito un sitema di credenze, un modo di pensare e affrontare le contemporaneità; partendo da un patchwork di approcci fra i più disparati collegati fra loro dall’atteggiamento d’opposizione rispetto allo status quo, ha creato una struttura ideologica sinistramente coerente, che risponde perfettamente alle esigenze attuali, e va a cercare consenso in un bacino di individui con caratteristiche tristemente simili a quelle di chi trova nella religione un appoggio appagante per affrontare una complessità generale altrimenti ingestibile.
UFFA. PERCHE’ NON LA POTETE SMETTERE DI CREDERE AL PRIMO STRONZO CHE VI DICE UNA ROBA?
SIETE TUTTI MIA ZIA.
SIETE MIA ZIA ANCHE AL ROCKET IL MERCOLEDì SERA.
[comunque Pulsatilla mi sembra me a 15-16 anni, quando scrivevo con ironico sarcasmo adolescenziale delle mie irrilevanti esperienze di vita - tipo fare fuga da scuola per andare da Mc Donald's su una 125 con dei ragazzi di - tipo - 18 anni! Mega! Ma perchè continuare con quel tono superato il periodo Fornarina? E perchè uno deve diventare famoso traducendo in italiano un blog americano e facendo musica irrilevante? Mi da comunque soddisfazione il fatto che Dietnam sia peggiorato così tanto nel passaggio a blogspot.]
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Flickr is my Sailor Bro.


E mi insegna a declinare il saluto a seconda del contesto socio-culturale in cui mi trovo.
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Sì. Ci sono certe cose che la location conta. E la location del Ferrara sotto le Stelle è proprio bella. Piazza Castello, all’aperto con l’atmosfera aranciata delle città emiliane, e tutta quell’architetturanza medioevale attorno! Bello davvero.
Poi pensiamo a Paolo Conte. Di solito si cerca di dare dignità atmosferica ai concerti di Paolo Conte richiudendoli in pomposi teatri metropolitani, puntando sul’impatto alto-borghese delle poltrone rivestite di velluto. Ma vuoi mettere col tramonto in Piazza Castello, i sanpietrini, e il fornaio a due passi?! Perchè ci sono certe cose, tipo un concerto di Paolo Conte, che la location conta.
In pratica io qui ci vado, e qualcuno spero ci venga con me. E non cominciamo con le robe tipo “ma lo ascoltiamo da sopra sticavoli, ci arrampichiamo, scavalchiamo, facciamo”, io là ci vado seduta, con un vestito carino, e non dico parolacce per tutta la sera.
[Tanto lo so che Andrea c'è!]
[e poi come mi vorrei vedere anche gli Editors in Piazza Castello. E' anche l'unica data italiana...insomma, questa cosa della prostituzione, potrei pure rivalutarla...]
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Tags: editors, ferrara, ferrara sotto le stelle 2009, paolo conte, piazza castello
[Cosiderati i miei lettori abituali, probabilmente questo post lo capiranno in tipo 2. Ma forse neanche. Mica che gli altri siano meno intelligenti eh.]
Cosa significa QUESTO?!
[Ah, il titolo non è che debba per forza avere senso.]
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Tags: ffffound, ffffound disappeared, ffffound gone, i miss ffffound so much
Premessa: questo è il mio blog e se ci voglio fare piazzate fini a se stesse ce le faccio e basta. CHIARO? Sarà meglio.
Milano mi ha sempre fatto schifo, in toto proprio, dall’idea che avevo della città, alla città in sè, alle abitudini della città, fino alle categorie umane e al modo in cui le foglie cadono dagli alberi. Però al ritorno mi sento sempre vogliosa di ribadirlo: Milano fa schifo. Un casino schifo. Ed è importante dirlo in giro.
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Barbie Hawaii @ Rai 3
E’ un po’ come il Tg1 che sbandiera lo share in occasione del terremoto. Un po’. Nel senso che è una di quelle cose che mi lasciano in uno stupore surreale a chiedermi semplicemente “ma…voi non ve ne rendete conto?”. Il medium scaltro che d’un tratto regredisce al goffo atteggiamento di un ottenne ingenuo.
Perchè è proprio una questione di ingenuità, anche per quanto riguarda l’Abruzzo. Scorporate la pesantezza del giudizio morale che, diciamocelo, è abbastanza ipocrita – come se non lo sapessimo che i giornalisti sono insetti mangia-storie dall’animo inevitabilmente scisso fra l’umana compassione e il compiacimento tetro della tragedia [e non sto esprimendo un'opinione, che sia chiaro], e che nel clima per forza di cose narrativamente scarso dell’informazine a cadenza plurigiornaliera, il disastro, la morte, i volti screpolati rappresentano una carcassa succulenta sulla quale avventarsi – insomma ammettiamo che siamo consapevoli della goduria giornalsitica retrostante il gessato compito del mezzobusto, e che siamo tacitamente disposti ad accettarla, comprenderla e ignorarla perfino, almeno fino a quando non viene spudoratamente esposta. Ecco, ammettiamo tutto ciò e sospendiamo il giudizio morale, quello che rimane a questo punto è puro stupore bovino. Il punto è “come può venire in mente a dei professionisti di una testata così importante di comportarsi in maniera così goffamente inadeguata?”. Cioè, siamo nella redazione del Tg1, e ci sono un tot di persone che stanno preparando l’edizione x del telegiornale. A un certo punto a uno viene in mente che “cavolo, abbiamo fatto dei cazzo di ascolti record con ’sta storia dell’Abruzzo, diciamolo ai nostri telespettatori!”. Ok, sono ore un po’ confuse, con l’adrenalina a palla e la corsa spietata e chi da’ prima la notizia, quindi ammettiamo qualche momentaneo calo di lucidità da parte degli individui più fragili, ma santo dio, in tutta la redazione della testata televisiva più “educata” della tv italiana, possibile che nessuno abbia detto “Raga, va bene che son tre giorni che tirate per stare su, ma cristo, questa idea è tipo la più schifosa che avete mai avuto in tutta la vostra piccola vita finto-borghese!”, o anche solo “Hey, non siamo Striscia la Notizia.”?
Sì, possibile a quanto pare, stupefacente ma possibile.
Idem con Luca Cordero di Montezemolo a Ballarò. Siamo a Ballarò, sono circa le 10 di sera e c’è un collegamento con Luca Cordero di Montezemolo. Io guardo distrattamente lo schermo e come prima cosa penso “è un’imitazione? sembra più giovane…”, poi però vedo che Floris è serio, che la faccia dell’ospite non è riconducibile a quella di nessun comico, e mi trovo quindi costretta a prendere atto del fatto che quello è VERAMENTE il pluripresidente-marchese-amministratore delegato-olè. Ed è a questo punto che torna in ballo il discorso dello stupore verso l’ingenuità televisiva. Luca Cordero di Montezemolo parla seduto a una scrivania in uno studio che potrebbe essere la Casa di Barbie di se stesso. Noto: una bandierina della Ferrari sulla destra, un portamatite pieno di matite della Ferrari mai usate, si direbbe, un modellino Ferrari sullo sfondo, un palo rosso con adesivi non ben identificati a causa della mia miopia sulla sinistra, e montagne di giornali random tutt’intorno. Ora, intanto diciamo che d’abitudine gli ospiti fuori studio vengono presentati diversamente, la maggior parte delle volte si trovano in ambienti “neutri” in modo da evitare uno stacco troppo netto fra i due contesti, ma vabbè, anche no alla fine, effettivamente anche “l’ospite in scrivania” compare abbastanza spesso, e non è così scolnvolgente. Rimane invece di gusto vagamente grottesco la cozzaglia di riferimenti alle attività di Luca Cordero. Il fatto è che questo tipo di presentazione, così rindondante, avviene di solito con gli imitatori, che si servono di questi elementi da un lato per stereotipizzare il personaggio, e dall’altro per evitare ogni possibile ambiguità. Solo che, insomma, lui era PER DAVVERO Luca Cordero di Montezemolo, non un comico, non c’era nessun pericolo di ambiguità…quindi quel pout-pourrì di gadget per sedicenni di periferia cosa mi stava a significare? Una cosa tipo “hey telespettatore, lui è Luca Cordero di Montezemolo, quello della Ferrari! Vedi? Ha anche la bandierina della Ferrari sulla scrivania!” suppongo. E nessuno che abbia detto “ma levate di mezzo tutta quella roba, sembra uno standista in campagna elettorale!”?
No, ci piace così, di dubbio gusto, ma assolutamente palese, solo no chiedete a che serve quel palo.
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I Love you even more, Rotten Desperate and Broken with Nothing left but High-Class Memories.
Detroit mi fa tenerezza. E’ che la sua ascesa e il suo declino sono così umani…La storia di quella città potrebbe benissimo essere quella della vita di un uomo, dei suoi fastosi anni di successo finiti in disperante solitudine e abbandono, potrebbe essere quella di una bellissima diva degli anni ‘40 condannata a celebrare la morte delle sue grinzose frattaglie nell’oblio generale, ci si potrebbero descrivere interi periodi del proprio percorso con Detroit, una sola parola basterebbe a riassumere sfumature complesse di malincoia, delusione e disillusione senza dover mai più approfondire certi discorsi dolorosi riguardo il fallimento e l’inutilità.
Quindi, alla fine, anche se questa volta le fatiscenze architettoniche locali non nescondono suggestive storie personali farcite di gente morta, prigioni umide e fascinazioni mistiche, fa niente, perchè è la città stessa con le sue amarezze sovraesposte a rendere vivo e “suanguigno” il racconto intorno alle macerie. E questa è l’unica cosa che mi interessa.
Loro sono la fu William Livingston House, il Michigan Theater e il United Artists Theatre.



Dicevamo di Dteroit. La città fondata nel 1701 [che giovani le città americane, fa strano] conosce l’apice della magnificenza a fine ‘800 quando, da già fiorente fucina di imprese e cantieri diventa capitale modiale dell’industria automobilistica, dando i natali alla Ford e all’idea contemporanea di automobile. Ma il business dei trasporti è ben più ampio di così, soprattutto in una zona di laghi e fiumi. E’ infatti l’industria dei trasporti su acqua che interessa Mr. William Livingston, presidente della Michigan Navigation Company e della Percheron Steam Navigation Company, nonchè fondatore della Dime Savings Bank. Un uomo d’affari e di potere insomma, per carità, pure una brava persona stando a quello che ho letto in giro, e al fatto che gli hanno dedicato un faro, ma non immune da quella necessità impellente di esteriorizzare il proprio status tipica di quel tipo umano e – anche di più – di quel momento storico [si, perchè il low-profile spocchioso, l'atteggiamento da dandy milionario-riservato, alla fine sono tutte tendenze fastidiosamente contemporanee; quella ricchezza inconsapevole che un po' si rifà alle atmosfere annoiate dell'Ancient Regime, e un po' prende dal neo-decadentismo rock con Jhonny Depp nelle vesti di un post-baudelairiano poeta dell'immagine. Il denaro scompare così dietro esistenze fascinosamente edonistiche, si sublima nella leggerezza della citazione, si fa dimenticare talmente bene che agli occhi dei più questa opulenza sfacciata assume i tratti di un talento artistico. Tutte pretenziosità complesse dei nostri giorni. Vi odio cavolo, a questo punto su le mani per Briatore e per la sua andropausa perizomata che almeno si presta alla persa per il culo perpetua]. E lo status symbol per eccellenza, oggi come allora, come ai tempi di Pietro Il Grande, è la residenza. Livingstone si fa costruire casa a Brush Park, zona di piccoli castelli alto-borghesi di sapore fiabesco affiancati l’un l’altro come villette a schiera. A occuparsi del progetto viene chiamato un giovanissimo Albert Kahn [uno degli architetti che più hanno costruito nella Detroit prebellica] dalla fresca mente stabordante le antiche magnificenze transepocali di recente esaminate nel Vecchio Continente.
Poi ci sono il Michigan Theater, costruito nel 1925, e il United Artists Theater, del 1927. Entrambi monolitici parallelepipedi all’esterno, nascondono interni sfarzosi minuziosamente cesellati per lasciare basito l’animo fragile dell’americano medio, da sempre sensibile ai luccichii epilettici degli intarsi. A vederli così ce li si immagina come cattedrali profane all’arte dell’intrattenimento, ci si aspetta donne in pose berniniane folgorate dall’emozionanate dialogo fra i ricami ornamentali e le espressioni sfacciate di Clark Gable, lacrime di passione, stati mistici in onore di tanta solida bellezza, sembrano pezzi di Notre Dame trapiantati nella regione dei laghi americana.
Ma Detroit.
Se nella prima metà del XX secolo ancora si mastica progresso e crescita, gli anni ‘60 aprono il periodo di sbriciolamento e declino dell’apparentemente solida struttura industriale della città, che in poco tempo si trasforma in un ingrigito ghetto proletario nel quale va inevitabilmente a svanire l’effervescente brulichio di ambizioni progressiste del primo ‘900.
E siccome questo mondo è fatto di sinergie e collegamenti, ovviamente alla perdita di centralità a livello commerciale consegue un certo degrado dell’ambiente ubano nel suo complesso. Gli edifici, anche i più spettacolari subiscono i sali-scendi economici dei loro propietari, attraversano scambi di propietà e riconversioni nel migliore dei casi, e il completo disinteresse nel peggiore. Fanno anche un po’ pena queste eleganti strutture vittoriane abbandonate al loro marcire retrò sotto lo sguardo fiero della nuova Detroit metropolitana costruita verso l’alto…fanno un po’ pena però io le trovo di una bellezza asfissiante.
La William Livingston House, non per niente soprannominata Slumpy, è crollata di tristezza e fatica nel 2007, sotto lo sguardo sadico di una piccola folla sovraeccitata che ne ha commentato la morte con un “Holy Shit!” liberatorio.
[per la cronoca, c'è anche la versione fake con un ragazzino detro alla casa che crolla]
Il Michigan Theater, costruito su quella che a suo tempo fu la prima officina di Henry Ford, dopo essere stato definitivamente chiuso nel 1976, è poi stato in parte demolito, e in parte trasformato in parcheggio. L’effetto è un po’ quello di di una che pulisce il cesso di casa indossando un vestito da sposa di Vera Wang, non so se mi spiego.
Il United Artists è poi forse quello che ha sofferto di più, nato per ospitare proiezioni mondane e premiére [fra cui quella di "Via col Vento"], si è ritrovato, fra cessioni di propietà e ritsrutturazioni in peggio, a proiettare prima blockbuster poi, dalla metà degli anni ‘60, film porno per adulti attratti dall’esperienza originale del’orgasmo collettivo. Finalmente chiuso nel 1974 e sostanzialmente abbandonato a se stesso, l’edificio ha passato gli ultimi vent’anni a crollare un po’ qui un po’ lì, casca letterlmente a pezzi mentre fuori si parla di riutilizzarlo come teatro, o forse anche come night club.
E poi ce ne sarebbero tanti altri di edifici fascinosamente prossimi al collasso in quella città. Io mi ci voglio sposare a Detroit.
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From your Spam Folder with Love
Magari un giorno anch’io mi applicherò in un’analisi un attimo ponderata di facebook e di quel suo appeal così democraticamente approssimativo, ma per ora mi limito a prendere atto della situazione porno-bulgara in cui mi sono volontariamente infilata

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[No, così, per completare l'opera di straniamento.]
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Mi è successa una cosa stranissima, che mi sta tormentando all’inverosimile, e che devo proprio rendere pubblica anche se nessuno potrà aiutarmi.
L’altro giorno me ne sono andata in giro per librerie a comprarmi un po’ di cose, più che altro illustrazione per l’infanzia.
Sono tornata a casa con 5-6 libri tutti bellissimi che ho ammirato più volte nella peombra del mio appartamento milanese senza elettricità. Un paio di edizioni Orecchio Acerbo, un A-B-C e un 1-2-3 di Charles Harper, l’ultimo progetto di Toccafondo [per la verità meno magnifico del solito, ma è Toccafondo e non lo stimerò meno per questo] e un McKean.
Allora, per chi non lo sa Dave McKean è un genio assoluto [non guardate troppo il sito, che è parecchio brutto], lavora con tutte le tecniche immaginabili e fa cose inconfondibili e meravigliose che dovreste comprare, diamine. [Costano pure poco i libri per l'infanzia, con 15-20 euro ci si porta a casa cose che a volte sono capolavori assoluti...è che voi chissà che idea vi fate a sentire la parola "infanzia", ah, lasciamo stare và...] Insomma, quando ho comprato il libro non ho proprio fatto caso alla storia, l’ho sfogliato e sono andata alla cassa.
Tornata a casa ho letto i titoli dei libri. Quello illusttrato da McKean si chiamava “Il giorrno che scambiai mio padre con due pesci rossi”. Appena l’ho vsito mi è tornata in mente una cosa. Ma mi sembrava assurdo e un po’ troppo “random”. Quindi ho letto la storia, un testo del 1997 di Neil Gaiman, uno scrittore che collabora spessissimo con McKean, che è poi quello che ha scritto anche Coraline, il libro dal quale è stato tratto Coraline e la porta magica, l’ultimo film animato in stop motion di Henry Selick – il regista di Nightmare Before Christmas – che uscirà in Italia a fine aprile [che poi su Coraline - il film - ci ha lavorato anche un altro illustratore/grafico fra i miei preferiti, ovvero Jon Klassen. E' piuttosto sbalorditivo vedere come si ricollegano fra loro i lavori di persone tanto geograficamente lontane e stilisticamente diverse, apparentemente unite solo dal fatto che "tu li adori", piuttosto sbalorditivo, sì...comunque...]…
…Comunque il punto è la soria de “Il giorno che scambiai mio padre con due pesci rossi”. In pratica c’è un bambino che scambia suo padre con due pesci rossi, quando la madre lo scopre gli ordina di andare a riprenderlo, così il bambino con la sorella và dall’amico al quale aveva ceduto suo padre, l’amico però ha a sua volta scambiato il padre con un’altra cosa, così il bambino si ritrova a dover fare un giro infinito di case di ragazzini, fino a quando finalmente non ritrova suo padre e lo riporta a casa.
Ma a voi NON DICE NIENTE QUESTA STORIA?!
A me si! Da subito! Apena ho visto il disegno del padre dietro al giornale!
Io questa storia l’ho vista un sacco di anni fa in un cortometraggio. Era uno di quei corti scandinavi che davano 7-8-9-10-bho anni fa su Canale 5. C’era questa cosa che si chiamava Corto 5, dove proponevano sempre produzioni nord-europee con faccie bionde, colori brillanti, paesaggi freddi, peluria rada. E io ogni tanto li guardavo, che poi ero abbastanza piccola, avevo sicuramente meno di 16 anni, probabilmente neanche seguivo tanto la trama, mi piaceva più che altro l’atmosfera generale, come sui cataloghi dell’IKEA. Però “Il giorno che scambia mio padre con due pesci rossi” me lo ricordo benissimo, perchè la storia mi piaceva molto e pensavo – quanto me lo ricordo – che avrei voluto fosse venuta in mente a me una storia così perfetta, semplice, lineare e un po’ crudele. In quel periodo poi ero nella fase “renditi completamente inaccessibile, così nessuno potrà nemeno immaginare, e tu sarai libera”, e insomma tutto questo ermetismo mi portava a crogiolarmi nel torbidume della roba che scrivevo, non mi accorgevo nemmeno di non saper usare le preposizioni, a capirle prima certe cose…Comunque quel racconto mi aveva decisamente colpita, era proprio il mio genere, solo probabilmente non avrei avuto voglia di concludere in maniera edificante come nel libro. E nella pellicola.
Ora, io ho letto minuziosamente la quarta di copertina, ho cercato su internet in ogni modo, ma riferimenti a aquel cortometraggio nessuno. Possibile che il giovane regista olan-finlo-svede-gese-belga si sia appropriato con grande scaltrezza del soggetto e ci abbia messo su la sua micro-pellicola senza che nessuno se ne accorgesse, considerato il poco interesse che suscitano questi filmetti nordici tutti uguali; o può darsi pure che il nostro Sven/Søren/Leni della situazione abbia fatto tutto in regola, ma che poi nessuno se lo sia più filato, considerato sempre il poco interesse che suscitano questi filmetti nordici tutti uguali.
Bho, comunque quel film esisteva, e io fino all’altro giorno non sapevo che quella storia fosse una storia scritta da quello, illustrata da quell’altro, e tutte queste cose qui. E io da anni neanche ci pensavo più a quella soria. E mi è venuto un colpo, mi ha turbata, e non ho trovato nessuna notizia in merito, e la cosa mi turba ancora di più. Ecco.
Filed under: certaceo, coseDcasa, random | 7 Comments
Tags: corto 5, dave mckean, il giorno che scambia mio padre con de pesci rossi, jon classen, neil gaiman, the day I swapped my dad for two goldfish
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