I film francesi sono così facili da stereotipizzare.

Sarà anche solo una questione di “genere”, nel senso che i “generi” [cinematografici e non] hanno per definizione caratteristiche comuni che ritornano, e sono quindi facilmente riducibili ai minimi termini, si prestano all’analisi degli elementi rindondanti, alla stereotipizzazione appunto, eppure coi film francesi degli anni ‘60 la cosa mi stranisce.

Sono così complessi, così colti, in molti casi completamente estranei all’idea di cinema come forma d’intrattenimento [per quanto sia possibile, insomma sono estranei al concetto di intrattenimento nel contenuto, nell'approccio sfacciatamente accademico a temi sfacciatamente antropologici e sociologici, poi c'è la parte dell'immagine, che è sempre intrattenimento, ha sempre una componente di compiacimento estetico, e questo vale per la fotografia di un edificio di Mies van der Rohe come per le immagini di una guerra], dicevo, sono così analitici e stratificati che mi risulta quasi strano il fatto che siano perfettamente aderenti allo stereotipo di se stessi, così “film francesi degli anni ‘60″.

[Questo per giustificare il fatto che mi sono messa a selezionare frame da "2 o 3 cose che so di lei" e a ricomporli.]


Sono a Milano, di fretta perchè fra un po’ parto, la tv è su Rai2, c’è Gasparri che dice stronzate che non sto ascoltando, fino a quando se ne esce con “”Oltre il Giardino”, di Peter Sellers”, e mica di sfuggita, ci sta insistendo.

Ora, “Oltre il Giardino” non è un film di Peter Sellers, è di Hal Ashby, cristo, che è uno di una bravura infinita in una cosa in particolare, ovvero nel disegnare personaggi fragili, dolci, malinconici, delicatissimi ma mai stucchevoli, la fa proprio in un modo che gli altri non sono capaci quella cosa.

“Oltre il Giardino” è forse il film dove viene fuori meglio quella capacità lì, e Gasparri non sa un cazzo, non ha mai saputo un cazzo in vita sua, vaffanculo.

Cazzo di disperazione burina.


5.30 a.m.

12Dic09

Sono io ad essere offuscata dal momento, o effettivamente Glee è la serie più figa di sempre?


Comicio questo post non avendolo nemmeno guardato tutto, il film. In “500 days of Summer” ci sono più o meno 1000 momenti in cui affiorano belle canzoni che si ha voglia di riascoltare, per un po’ uno non lo fa perchè sta guardando una cosa e c’ha tutta una trama a cui star dietro, solo che essendo il film bruttino, quando sono arrivata alla scena del matrimonio gliel’ho data su e istigata all’atto, ho messo Mashaboom remixata dai Postal Service.

“500 days of Summer” racconta dell’insipida e poco rilevante relazione sentimentale fra due esseri umani insignificanti e parecchio perdenti. Lui voleva fare l’architetto, invece scrive slogan per i biglietti d’auguri. Per carità, lo fa con indosso riuscitissimi accostamenti cardigan-cravatta e ascoltando del raffinatissimo pop britannico ‘60-’70-’80, però sempre di cazzo di cartoline si parla. Lei, che nel gioco dei ruoli sembra quella più forte, è in realtà ancora più disperante. Fa l’assistente nella compagnia di biglietti d’auguri, insomma fotocopia cose, porta il toner, compila tabelle Excell, cose così…e non si accenna nemmeno a nessun’altra sua stravaganza di sottofondo, che ne so – quella torbida passione per gli effluvi tossici dei solventi chimici che la portò nei suoi 27 anni di vita a frequentare un mèlange qunatomai variegato di situazioni, dal corso per parrucchiera e truccatrice teatrale della sua città natale, ai laboratori del dipartimento di chimica dell’Università del Michigan, fino all’esperienza parrocchiale nelle favelas brasiliane dove, sotto le mentite spoglie di caritatevole scout, si diede alla ricerca delle più devastanti fra le colle terzomondiste  -  no, lei è una SEGRETARIA CARINA. Fine. Un brivido gelato mi percorre la spina dorsale.

Fatto sta che lei arriva, lui si inanmora, loro si frequentano, creano un’intimità, ma lei non si innamora, intavola tutta una serie di discorsi fatti sul non impegnarsi, e lui soffre. In breve.

Ma questo non è il punto, ovviamente. Non sono tanto ottusa da non aver capito qual’è l’appeal delle produzioni Fox Searchlight che vengono presentate al Sundance.

E’ Amélie. Il supermercato californiano di film in jeans skinny e montatura tartarugata è in realtà la massificazione made in China dell’essenza densa e amorevolmente cesellata de “Il favoloso mondo di Amélie”, riassumibile alla base in due semplici elementi:

1. Le persone (normali): le persone e le loro piccole storie sono universi magnifici, complessi, divertenti e commoventi, il quotidiano non è banale, basta un po’ di attenzione ed emergono una miriade di dettagli sorprendenti e accattivanti che ad esplorarli non basterebbe una vita.

2. Le piccole cose: le piccole cose sono magiche, sì, la nuova 500, ma anche quel foglio da fotocopia strappato sul quale ho disegnato la mia coinquilina mentre fa la cacca. Insomma le piccolezze raccontano e definiscono, un gesto, un colore, un soprammobile non sono contorno o semplici parti di un insieme, ma sono tutti piccoli protagonisti con una loro storia e un loro “carattere”.

Amélie è diventato un cult per la tenacia e la rindondanza con la quale afferma queste due cose, e queste soltanto, in ogni maledetto frame. Con una cura, una sicurezza nel voler essere il film che è, ammirevole. Chissenefrega della trama e del mielosamente moralistico messaggio finale, sono altre le cose importanti, che lo rendono indiscutibilmente riuscito, e bello. Perchè a me Amélie piace moltissimo, sia chiaro [leggete la stroncatura di Peter Preston sul Guardian, e pregate di non rendervi mai così penosamente ridicoli mentre criticate qualcosa].

Sta di fatto che di quell’attenzione per l’umano e il micro se ne sono impossessati negli ultimi anni i californiani per farci i loro film patocci – spesso filoeuropei – pieni di quelle che vorrebbero essere “fragili e complesse creature di particolare sensibilità”, ma risultano in fine solo caricaturali patchwork di sociopatie contemporanee. Ammetto però che sto pensando a “Little Miss Sunshine” e “Napoleon Dynamite” più che a “500 days”.

In “500 days” i personaggi non hanno una personalità così “in stampatello rosso sottolineata con l’evidenziatore giallo”, insomma non danno l’impressione che chi li ha scritti sia una specie di bambino ciccione sopraffatto dall’ingordo istinto al riempimento nauseabondo. Nonostante il target spocchiosetto del film, i protagonisti sono assolutamente in linea con i prototipi umani della commedia romantica, noiosissimi contenitori di vulnerabilità stereotipata e cinismo idem, propensi al fallimento fino quasi alla caduta, per poi riprendersi all’ultimo nell’entusiastico finale che dischiude un mondo di cose possibili. Ciò che mi sfugge a  questo punto è il motivo per cui questa roba è meglio rispetto a, bho, Jennifer Aniston…per le citazioni british inserite in una Los Angeles straniante e poco credibile? Per la cozzaglia di generi e ammiccamenti vari: le animazioni carinissime, l’accenno di musical quando lui fa l’amore con Summer per la prima volta, i disegnini, la voce narrante che somiglia proprio a quella di Amélie [forse il doppiatore è lo stesso...]?

Ok, effettivamente è meglio di Jennifer Aniston. Solo che a me quel flirtare fintamente disinvolto con un certo tipo di pubblico e un certo filone cinematografico fingendo ancora, per esempio, che le animazioni siano una trovata originale quando ormai stanno al livello di previdibilità della scena di combatimento in canottiera nei film con Jackie Chan, mi da’ fastidio. Perchè è un meccanismo paraculo, ci infilano i soliti imbellettamenti indie-carucci e il tutto sembra bello, curato, delicato. Sticazzi, non bastano i ghirigori posticci, “500 days of Summer” è solo una commedia sentimentale che unisce gli stereotipi hollywoodiani del genere alle mosse a cui ci ha abituati invece il cinema “indie” sempre di quella zona lì.

Una cosa mi ha colpito però. Qualche settimana fa, prima di vedere il film [ah, nel frattempo ho finito di vederlo], ho avuto uno scambio di battute praticamente uguale a un dialogo fra i due protagonisti: all’inizio, al karaoke, Summer, Tom e quell’altro cominciano a parlare di relazioni, Summer dice che lei non crede nell’amore, e Tom risponde – tipo – “che significa che non credi nell’amore? Mica è Babbo Natale”. Ecco, io stavo parlando con una persona che mi stava dicendo di non avere filgi e che non crede nel matrimonio, e io gli ho risposto quasi come Tom “che significa che non credi nel matrimonio? Mica sono gli alieni”. E’ che per certe cose mi sembra irrilevante e fuori luogo usare il verbo “credere”, e mi stupisce quanto le persone si preoccupino di affermare con forza le cose in cui non credono, mi sembra molto cattolico come meccanismo, seppure all’inverso. Comunque il punto è che ho detto la stessa identica frase che ha detto l’altro, e non so bene come prenderla.


Spammalot.

24Nov09

Ho fatto un disegnetto per Threadless, è carino, votatelo, ho una piantina di basilico da mantenere.

[non sono brava ad autopromuovermi, lo so.]

http://www.threadless.com/submission/242527/BITE_ME


Questo novembre, oltre ai soliti onanisti psicoinvertiti anafettivi a cui qualcuno un giorno servirà trementina al posto della vodka provando – beato lui – l’ebrezza di vederli sciogliere carne-sangue e psicoanalisi fra squittii suini e un atroce senso d’impotenza esistenziale come i meglio cattivi Marvel, abbiamo anche:

nowords

Bozen – Una Storia Lenta, che è questo qui [delucido volentieri sul significato del tutto], alla Galleria Museo, per il concorso No Words Comics, nell’amito del Bolzano Comics, a sua volta coagulo intestinale del Bolzano Short-Film Festival. Io vado a fare le vasche cultural pop nel weekend.

flyer.boloexpoBologna – Bestiacce appese al Bar Mercato, dietro al Mercato delle Erbe, in via Belvedere 13. Si beve il 19 alle 7 della sera.

Aperitivo a base di amore e dita dei piedi di bambini ricchi in salsa rosa.


Info.

27Ott09

Sono senza computer. Chi ha bisogno si sveglia fuori e mi telefona, si presta senza tante storie ad essere insultato gratuitamente e ad ascoltare tutti i miei problemi partendo dal primo fottuto vagito, e poi – con calma – di qualsiasi cosa se ne parla.

 


Io mi lamento un sacco, di tutto, e non è che non ho ragione, anzi, perchè la direttrice del corso non è capace di fare il suo lavoro, perchè mancano le cose, perchè l’organizzazione è così inconfondibilmente italiana che pare d’essere alle Poste, però da me insegnano o hanno insegnato dei giganti, sul serio:

http://www.adelchigalloni.com/wordpress/?page_id=10&language=en

http://www.beppegiacobbe.com/

Adelchi Galloni ha tenuto lezione per la prima volta ieri, avevo già visto alcune sue cose e lo avevo capito che era strabiliante, ma mi ero anche un attimo persa nel fatto che somiglia un sacco al nonno serioso ma magnanimo che non ho; Giacobbe insegnava fino a qualche anno fa e io lo ammiro con tutta l’ammirazione che il mio stomaco è in grado di generare.

Sono due delle persone che stimo di più al mondo, lavorativamente.

Tutto ciò ovviemente non è fine a se stesso. E’ da un po’ che penso di mettere da qualche parte a destra una selezione di illustratori/artisti [artisti perchè dire semplicemente illustratori in 'sto paese suona poco] che amo particolarmente, una cosa ampia, da Jason Munn a Susanne Janssen [il link è alle immagini del suo Hansel e Gretel, e la tizia nella foto no, mi dispiace, non è lei], ma tutta gente che è capace e brava sul serio.

Il motivo principale è di nuovo quella storia che mi sta su che a voi magari piacciono certi tizi che in realtà non sono e non hanno fatto mai niente di rilevante, e probabilmente non lo faranno mai, e vi perdete invece le cose belle, di persone che – tipo – ci pagano il mutuo con questo lavoro, e ci si fanno la pensione – sembra assurdo anche a me, ma da qualche parte nel mondo, in qualche interstizio temporale particolarmente incline, pare che sia effettivamente successso – perchè di gente brava ce n’è tantissima, davvero, una marea di esseri stupefacenti ai quali potete prostrarvi con ottime motivazioni e senza perdere la dignità.

Solo che poi penso che in questo blog ci sono già anche troppe cose, e che forse a voi non interessa neanche, quindi probabilmente non lo farò. Per ora. Più avanti bho. Però ci sarebbe l’intenzione. Ecco.

A dire il vero era effettivamente tutto abbastanza fine a se stesso.


La Milano creativa, originale, alternativa, diversa il giovedì sera è tutta al Rocket.

alter

Ci sto riflettendo seriamente sulla cosa dei quadretti. In particolare sulla loro appartenenaza politica…cioè, il quadretto risale all’era dei cowboys, e i cowboys sono di destra, no? Però come la mettiamo col famoso manifesto leghista in cui il popolo lombrado viene paragonato agli indiani? Sotto questa prospettiva sarebbero i nativi i veri-puri uomini di destra fottuti dal corso degli eventi, e quindi i cowboys sarebbero i maledetti immigrati di sinistra, e i quadretti pure…

Sono confusa, l’analisi della camicia a quadretti nella società contemporanea temo sia un argomento troppo complesso per le mie capacità.


rape

Spero che si spieghi da sè insomma.

La questione Polanski vista da un paese intrisecamente maschilista, volgare, e offensivo, che da sempre non perde occasione per confermarsi tale, nel quale lo scherno sessuale viene usato come giochino di rivalsa per sminuire la parte opposta da una schiera così variegata di uomini [che comincia col Presidenti del Consiglio e arriva fino ai brillanti indipendenti che lo sbeffeggiano], in maniera così frequente e banale da potersi considerare una figura retorica del rituale dell’interazione, fa ancora più ribrezzo io credo.

[Trattasi della difesa della Goldberg a Polanski http://www.youtube.com/watch?v=9NX_D0Bv9M0]


Qualche giorno fa, con una piccola parte della zona sud-ovest dell’emisfero sinistro del mio cervello, mi è capitato di notare che Alessandro Rostagno adesso conduce uno di quei tediosissimi contenitori musicali televisi su Rai2 con una bagaglia bionda boccoluta.

Alessandro Rostagno è stato critico televisivo su carta e su schermo, è uno di quelli dal commento caustico, l’atteggiamento critico, l’ironia corrosiva, e insomma, si, tutte quelle menate sull’”arte” dello sberleffo acido. Per questi motivi, e perchè ha i capelli arancioni – per qualche anno – ad alcuni – è sembrato brillante.

Alessandro Rostagno io lo compatisco e un po’ lo odio, perchè ha ucciso buona parte delle cose in cui credevo.

Io credevo che la critica, anche quella aprioristica, su tutto e su tutti, fosse sempre interessante, o quanto meno degna d’esser fatta, perchè – pensavo – comporta l’inizio di un ragionamento, di una riflessione su qualcosa che viene messo in discussione, ed è solo attraverso la messa in discussione dello status quo che lo si può superare positivamente, in ogni campo intendo. Mi ci affidavo fermamnete a questa cosa, e mi pareva che anche i commenti “fuori dal vaso” servissero ad approfondire.

Poi mi sembrava che l’ironia incattivita fosse divertente, e che essendo divertente rendesse le cose più accessibili, attraverso l’ironia ho sempre pensato che anche le questioni complesse potessero essere alleggerite, spogliate dell’abitino domenicale, per rimanere esposte nude ed essenziali. Mi pareva un bel pensiero quello della capacità destrutturante di un commento ironico e intelligente.

Quindi credevo che il sarcasmo fosse sintomo di intelligenza, l’intelligenza quella vera, vivace, non quella statica delle citazioni e dei tomi da collezione infilati l’uno via l’altro nelle biblioteche private col mappamondo sul tavolino di ciliegio.

Inoltre trovavo un esercizio estremamente nobile quello di acquisire, approfondire, sezionare al millimetro un fatto a scopo distruttivo. C’è dedizione profonda in tutto ciò, perchè se si viene smentiti il gioco si ribalta, e l’ego – che in questi casi domina indiscusso ogni sillaba – ne risente.

Questo era il mio pensiero pre-Rostagno. Forte, deciso, fiero. Poi è arrivato lui.

Alessandro Rostagno da tempo ormai compare qua e là in un po’ tutti i programmetti da ferro da stiro della televisione italiana, si siede, e con apparente spietatezza, ma estrema consapevolezza dei limiti, smonta, deride, denigra. Cheppaura incute Rostagno agli ospiti de L’Italia sul 2.

Il mio problema con lui è che tutta quella vitalità cerebrale, quel sarcasmo cesellato, quello smembrare leggero dei fatti che amavo spassionatamente li ha resi formula. Ha fatto della sua cattiveria spicciola una regolina matematica semplice e retorica, un clichè. Ha preso uno stile, un modo di affrontare le cose che per me era il più interessante, e lo ha asciugato, ci ha tolto il guizzo, l’analisi, la capacità di sorprendere, lasciando solo lo scheletro di un meccanismo sterile per il quale ogni volta che si viene interpellati si risponde con una frasetta acida alla quale tutti sorridono con divertito imbarazzo. Una ridicola bambolina che dice e fa sempre quello che ci si aspetta, e che dopo la biricchinata attende compiaciuta la reazione degli astanti, puntuale come la diarrea dopo un’overdose di lassativi.

L’ego comunque in questi casi supera di un bel po’ l’oggettività, anche su se stessi e sulle proprie azioni, così Rostagno alla fine dei suoi modesti interverti auto-erotici lancia uno sguardo puntuto dritto dentro le pupille della libidinosa colf uruguaiana al dilà del tubo catodico, e sul suo volto affaticato terzomondista metaforicamente eiacula, soprraffatto dall’orgoglio per lo sconvolgimento da lui creato nella linea solitamente educata e cortese dei programmi pomeridiani. Probabilmente in quei momenti, invece di aver dibattuto per mezz’ora sul valore artistico del calendario di Max con una concorrente del Grande Fratello, si immagina di essere alla Sorbonne e aver appena messo in scacco Umberto Eco su una questione linguistica cruciale riguardante la semiotica dei testi sacri. Dev’essere così. O forse a quel livello di guadagno effettivamente si comincia a pensare che i soldi diano il valore di quello che fai, a priori.

E forse dopo qualche anno non te ne accorgi neanche più di essere diventato la copia vuota di quello che volevi essere, di adottare una serie di cautele, prendersela con gli ospiti volgari, col pubblico becero, con il tutto in senso lato, ma sempre senza andare a toccare il programma in sè e chi così l’ha messo in piedi, mettendo bene sotto le suole chi non conta e non conterà mai nulla, sfogandosi lì fino alla fine, assicurandosi che non scappi niente che possa offendere il capo. Mica ci pensa neanche più a questo Rostagno, gli viene naturale, perchè è meccanica quella che esercita, non ragionamento. Lo stereotipo si impossessa del soggetto e ne fa un fantoccio, e la presunzione lo affossa senza possibilità di ritorno.

Era un bel po’ che avevo voglia di scrivere qualcosa in merito. Lo disprezzo sinceramente per quello che fa a tutte le cose che ho detto su, è come quando vedo pubblicati illustratori scarsi, che svuotano il lavoro della sua essenza, dell’interpretazione, della narrazione, della composizione, ovvero le cose che richiedono studio, tempo, pensiero, limitandosi a fare disegni. Come per Rostagno è un misto di astio e compassione, perchè io con tutte le insicurezze che ho, almeno capisco che essere bravi significa saper costruire immagini narranti e a un certo punto finire pubblicati dagli editori fighi, non fare un disegno carino che finisce su una rivista per finte troiette coi baffi [non che si disprezzino i proventi derivanti da tali attività]. La presunzione li fotte via, tutti. Rostagno già è andato.


http://www.cpluv.com/ubiq/index.html

Temporanea e inquietantissima veste di Computerlove. Ancora per poco, quindi lesti.

[Le prime due volte non capivo, avevo solo paura]